lunedì 31 marzo 2008

VENEZIA MON AMOUR, PAESI CHE VAI BELLEZZE E IGNORANZA CHE TROVI

Cari amici, metto in rete un breve filmato di Venezia girato con un telefonino per farvela ammirare in tutto il suo splendore. Poi però vi faccio vedere anche una bella foto che ho scattato all'esterno di una salumeria veneziana, immagine di una miseria senza pari che vi farà capire come l'ignoranza fa più danni dell'emergenza rifiuti. Sapevate dell'esistenza della mozzarella di bufala friulana? No? Bene, questa foto vi dice tutto.

LE BELLEZZE DI VENEZIA, LE MERAVIGLIE OFFESE DI NAPOLI

Quanto è bella Venezia. Un amore di città. Sì, è un po' sporca, ma la gente si danna, si affanna a tenerla pulita in ogni modo. Sì, è un po' caotica, ma i veneziani si impegnano allo spasimo per aiutare i loro ospiti ad avere un soggiorno piacevole. Sì, è una città un po' decadente, ma ha sempre un fascino incredibile, indimenticabile, difficile da raccontare. E poi ci sono le mille iniziative culturali, i mille negozi aperti, le mille luci, la gente di ogni razza, religione e colore della pelle che si incontrano, si parlano, si incrociano, si divertono, ammirano rapiti palazzi, gondole, gondolieri. Dovessi fare un parallelo, tracciare le differenze tra Venezia e Napoli, direi che sono due città meravigliose ma i napoletani non hanno per il Golfo, Posillipo, i Decumani, il Lungomare e le mille meraviglie partenopee lo stesso amore che i veneziani hanno per le centinaia di bellezze della loro Laguna. Ogni volta che lascio Napoli (in questo caso sono in Veneto per presentare il mio libro), capisco perchè sono così triste, sconvolto per quelle incredibili immagini di rifiuti per strada che ci squalificano agli occhi del mondo. Una città come Napoli, mi dicono spesso due colleghi tedeschi, non ha eguali al mondo per bellezze naturali, clima e cibo, ma i napoletani....

MONNEZZOPOLI, IL LIBRO INCHIESTA SUL DISASTRO RIFIUTI SARA' PRESENTATO IL 2 APRILE A BASSANO DEL GRAPPA

Mercoledì 2 aprile alle 20 e 45, alla libreria la Bassanese di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza, il giornalista e inviato di Sky Tg24 Paolo Chiariello, incontrerà i lettori per svelare la sua inchiesta sul disastro e la truffa dei rifiuti che ha messo in ginocchio Napoli e devastato l'immagine dell'Italia nel mondo. La Campania sommersa dalla spazzatura, sempre sull’orlo del disastro igienico-sanitario, con proteste e rivolte popolari, producono altri devastanti effetti collaterali: la fuga dei turisti e la condanna dell’Unione europea.
L'incontro con l'autore del libro "Monnezzopoli - La Grande truffa", diventato in poche settimane un best seller, vendendo oltre 80mila copie in tutta Italia, si svolgerà nella sala presentazioni della libreria.
L'ingresso è libero, è consigliata la prenotazione posto a sedere a info@labassanese.com
Info: La Bassanese tel e fax 0424.522558
Calendario completo degli incontri su http://www.labassanese.com/

Sindaci vesuviani contro la Nazionale cantanti raccolgono fondi per la lotta ai tumori

Sabato 5 aprile, a partire dalle ore 16.00, presso lo stadio comunale San Ciro di Portici, sarà disputata una partita di beneficenza tra la nazionale italiana attori ed una squadra rappresentativa degli amministratori dei comuni di Portici, Ercolano e Torre del Greco.
L’evento, che prende il nome di “Una partita per la vita”, è stato organizzato dall’Alts (Associazione per la Lotta ai Tumori del Seno) e dalle amministrazioni dei tre comuni vesuviani, in collaborazione con l’agenzia Sts Group, per raccogliere fondi da destinare in beneficenza all’Alts stessa ed alla Casa di Tonia, centro di accoglienza per mamme e bambini realizzato dalla Curia di Napoli e intitolato dal Cardinale Crescenzio Sepe a Tonia Accardo, la giovane madre di Torre del Greco che rifiutò la chemioterapia per non danneggiare la bambina che portava in grembo.
“Una partita per la vita” ha ricevuto l’approvazione e il sostegno della Curia Arcivescovile di Napoli. I biglietti saranno venduti in tutte le parrocchie della Diocesi, grazie all’impegno dell’Ufficio di Pastorale dello Sport coordinato da Don Rosario Accardo.
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sabato 29 marzo 2008

CAOS RIFIUTI IN CAMPANIA, UN'EMERGENZA INFINITA

La Campania non ha un ciclo virtuoso dei rifiuti. Non ha mai avuto un ciclo industriale della spazzatura degno di un paese civile. La monnezza quotidianamente prodotta in una regione che conta oltre 5 milioni e 700 mila abitanti, e parliamo di 7.200 -7.500 tonnellate di rifiuti solidi urbani, è tutta da spedire in discariche che allo stato non esistono. Anzi, a dire il vero, c’è una sola discarica funzionante nel Salernitano (Macchia Soprana di Serre), qualche sito di stoccaggio provvisorio saturo, siti di trasferenza stracolmi, nessuna area di compostaggio, alcuni impianti di produzione del Cdr (acronimo di Combustibile da rifiuti) che funzionano a singhiozzo e nessun termovalorizzatore o inceneritore della spazzatura.
A tutto ciò, che è già di per sé grave, occorre aggiungere che alcuni dei principi fondamentali che l’Unione Europea ha posto alla base del rispetto dell’ambiente in cui viviamo (riduzione della produzione, riuso, riciclo e raccolta differenziata dei rifiuti) in gran parte della popolazione della Campania sono concetti pressoché sconosciuti. Quasi bestemmie per quanti si ostinano ancora a credere che i rifiuti non sono un loro problema e che le immagini devastanti di una regione sommersa dalla spazzatura sono solo il frutto avvelenato del fallimento di una classe politica incapace, inetta e spesso collusa con camorristi ed eco-criminali e di un Governo nazionale che non ha mai saputo, potuto o voluto mettere fine ad uno scempio che è allo stesso tempo ambientale e morale.
Ecco, spiegare ai campani perché la loro regione è diventata negli anni un immondezzaio a cielo aperto, la pattumiera di ogni sorta di rifiuti provenienti da ogni angolo d’Italia e del mondo, non è così difficile come sembra. L’importante è però intendersi. Se tutto ciò è accaduto è sì colpa in buona parte della miopia della politica e della aggressività delle organizzazioni camorristiche, ma è anche responsabilità dell’inciviltà di quanti (quei cittadini) non hanno saputo pretendere scelte serie dalle istituzioni nell’avviare un ciclo industriale virtuoso (non vizioso) dei rifiuti, non hanno avuto il coraggio di contrastare i camorristi che negli anni hanno ingravidato con la compiacenza anche di contadini ottusi terre fertili con bidoni tossici e scorie radioattive, non hanno voluto assumere modelli di comportamento civili rispetto alla produzione e allo smaltimento dei rifiuti.
Con un linguaggio semplice, diretto, impressionante, due magistrati napoletani (Paolo Sirleo e Giuseppe Noviello), prima di tanti altri, hanno descritto la sgangherata gestione dello smaltimento dei rifiuti in Campania in quest’ultimo decennio, usando una parola che non abbisogna di spiegazioni: “truffa”. Che poi è solo uno dei tanti reati che i giovani e coraggiosi pubblici ministeri hanno accertato e contestato a molti imputati indagando sul business dei rifiuti.
“Il ciclo dei rifiuti si svolge in un regime di truffa aggravata e continuata”: può non piacere ma è questa l’espressione utilizzata dai due magistrati napoletani per spiegare il disastro dei rifiuti. Un concetto duro da digerire ma che è un po’ anche l’amara constatazione della realtà complicata nella quale si trovano ad operare gli inquirenti che stanno cercando di fare chiarezza nell’inestricabile mondo degli appalti per lo smaltimento dei rifiuti in Campania. Due appalti da 700 milioni di euro affidati ad un’associazione temporanea di imprese costituita, tra l’altro, dalla società mandataria Fisia e dalla mandante Impregilo Spa, alle quali sono poi subentrate nel rapporto contrattuale, quali affidatarie, la Fibe Spa e la Fibe Campania Spa. Obblighi delle aziende vincitrici erano quelli di costruire sette impianti industriali dove entrasse spazzatura e uscisse Cdr (Combustibile da rifiuti, le cosiddette ecoballe da bruciare negli inceneritori), edificare due impianti di termovalorizzazione che bruciando le ecoballe producessero energia elettrica (parliamo dei termovalorizzatori di Acerra e Santa Maria la Fossa), gestire questi impianti industriali, assicurare che in attesa della realizzazione dei due termovalorizzatori le ecoballe prodotte fossero comunque conferite in impianti esistenti, non subappaltare le attività di trasporto dei rifiuti e la gestione delle discariche e “assicurare il servizio di ricezione dei rifiuti solidi urbani anche in caso di fermo degli impianti e per qualsiasi altra causa garantendo comunque lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani”. In pratica, anche chi non è avvezzo a queste procedure burocratiche, capisce che ci sono delle gare di appalto aggiudicate ad aziende quotate in Borsa, sono stati stipulati contratti di servizio che specificano in maniera dettagliata gli obblighi da rispettare, e non si capisce perché in altre regioni d’Italia funzioni tutto (o quasi) mentre in Campania è uno sfascio totale.
È così perché il ciclo dei rifiuti della Campania esiste solo sulla carta, nei bei progetti, non nella realtà. Una realtà che in Campania supera anche la peggiore, la più perversa delle fantasie che in questi ultimi mesi milioni di italiani (e non solo) si sono costruiti arrovellandosi il cervello a pensare e a chiedersi “ma perché, ma come mai accade tutto ciò in questa benedetta regione?”.

I magistrati che indagano sul ciclo dei rifiuti hanno dimostrato, con prove documentali accluse agli atti giudiziari con cui hanno portato alla sbarra 28 imputati (politici e manager di grosse aziende), che “nel 2000, quando iniziò questa vicenda, già si sapeva che gli impianti non sarebbero stati in grado di risolvere l’emergenza. Eppure – sono le parole di Giovandomenico Lepore, capo degli uffici giudiziari napoletani – tutti tacquero, comprese le banche che finanziarono la Impregilo, pur sapendo che le opere non si sarebbero realizzate. E chi doveva controllare il rispetto dei termini di quel contratto non lo fece”. Se non è già una sentenza di condanna poco ci manca, di fatto però, con queste poche, durissime parole il capo degli uffici giudiziari napoletani fa comprendere senza infingimenti che la raccolta dei rifiuti in Campania non aveva funzionato, non funzionava e non avrebbe mai funzionato con la sistematica violazione dei contratti d’appalto da parte delle aziende del gruppo Impregilo. Perché? I magistrati Sirleo e Noviello, nella loro inchiesta spiegano chiaramente che le aziende che avrebbero dovuto assicurare la buona riuscita del ciclo di smaltimento dei rifiuti non solo non hanno mai mostrato di avere le idee chiare sui propri doveri e di non aver onorato i contratti di appalto che s’erano aggiudicati, ma avrebbero anche goduto dell’inerzia di quelle istituzioni che invece di controllare che i patti stipulati con gli appalti fossero rispettati, non si accorgevano delle quotidiane inadempienze che si consumavano alla luce del sole. In effetti dall’inchiesta, tra le altre cose, emerge che il controllore invece di denunciare, copriva magagne e giustificava inefficienze del controllato.
Per il momento la magistratura inquirente ha chiesto ed ottenuto sanzioni durissime contro le aziende della costellazione Impregilo, affidatarie degli appalti: interdizione dal contrattare per un anno con la pubblica amministrazione in materia di appalti per i rifiuti e sequestro preventivo di una somma di 753 milioni di euro per le presunte gravi inadempienze contrattuali riscontrate dagli inquirenti. La Cassazione ha di recente annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale del riesame di Napoli. Ora i giudici dovranno valutare con diversi criteri l’ammontare del sequestro dei beni imposto alla società lombarda. In particolare avrebbero attenuato il giudizio della Cassazione le considerazioni fatte dal procuratore generale Gianfranco Ciani, che ha richiesto un abbassamento della cifra del sequestro sulla base del fatto che Impregilo “non è un’impresa criminale”.

In ogni caso nell’ambito di questa stessa inchiesta, i due pubblici ministeri, hanno anche richiesto e ottenuto il processo per 28 persone, tra queste i fratelli Piergiorgio e Paolo Romiti quand’erano ai vertici di Impregilo, il presidente della regione Campania Antonio Bassolino nella sua veste di Commissario straordinario, alcuni suoi vice e altri manager che si sono occupati dell’affare rifiuti.
Rifiuti che catturano da mesi l’attenzione dei media italiani e di tutto il mondo, che hanno amplificato i giudizi sferzanti sull’operato di Bassolino, che a torto o a ragione viene considerato uno degli artefici principali del disastro in cui è stata precipitata la Campania. Sono sette le condotte censurate penalmente dai magistrati partenopei a Bassolino, che dal maggio del 2000 al febbraio del 2004 è stato allo stesso tempo presidente della Regione e Commissario straordinario all’emergenza rifiuti. Si va dalla contestazione del reato di frode in pubbliche forniture (“per non aver impedito” ma anzi “consentito e realizzato la perpetua violazione” degli obblighi previsti dal contratto sulla gestione del ciclo dei rifiuti stipulato con l’associazione temporanea d’imprese costituita dal gruppo Impregilo) al concorso in truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato (“per aver consentito e non impedito” che le aziende mascherassero quelle inadempienze con “artifici e raggiri” impedendo per giunta che Palazzo Chigi venisse messo a conoscenza di quanto stava accadendo). Altro reato contestato è quello di interruzione di un pubblico servizio per “aver fornito un contributo omissivo” non contestando la violazione del contratto quando i conferimenti dei rifiuti venivano interrotti. Infine i magistrati Sirleo e Noviello attribuiscono sempre a Bassolino tre differenti ipotesi di abuso d’ufficio e il reato di concorso in violazione della normativa ambientale. Sarà il processo la sede naturale in cui Bassolino e gli altri imputati avranno l’opportunità di difendersi, ma dalla lettura degli atti giudiziari si comprende in maniera chiara, e lo diciamo con il piacere di chi vorrebbe tanto essere smentito, che mai nella storia della pubblica amministrazione italiana abbiamo incontrato precedenti così bislacchi in tema di appalti aggiudicati e non rispettati. E parliamo di appalti redditizi, come lo è l’affare rifiuti ad ogni latitudine, appalti appetiti da grossi gruppi industriali e che prendono forma nella maniera, oseremmo dire, più strana, subito dopo l’approvazione del Piano regionale dei rifiuti ad opera della giunta di centrodestra guidata da Antonio Rastrelli. A leggere gli atti delle commissioni che hanno aggiudicato l’appalto, si comprende chiaramente come altre aziende importanti siano state scartate per far posto alle società della Impregilo nonostante presentassero credenziali migliori nella gestione del ciclo dei rifiuti. Gli assi nella manica dell’Impregilo sono stati la maggiore economicità e il minor tempo richiesto per prendersi in carico la gestione del ciclo dei rifiuti. In pratica, le società del gruppo Impregilo affidatarie della gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti, secondo quanto documentato dai magistrati, dopo l’aggiudicazione degli appalti, il rilascio delle autorizzazioni a costruire gli impianti di produzione del Cdr e l’avvio delle procedure per la realizzazione dei termovalorizzatori, hanno cominciato ad incontrare una sequela impressionante di difficoltà. Col passare degli anni, queste aziende, non solo non hanno tirato fuori la Campania dalla drammatica emergenza rifiuti che ciclicamente la sconvolge, ma ne hanno quasi determinato una sorta di progressivo aggravamento delle condizioni di dipendenza da un sistema di gestione e trattamento dei rifiuti prodotti che così come è non funziona. L’emergenza rifiuti, infatti, a raccontarla così, attraverso gli atti della magistratura napoletana che ha gettato un fascio di luce su molti avvenimenti che prima sembravano oscuri, è più semplice di come viene dipinta sui giornali o come viene rappresentata negli interminabili, astrusi dibattiti dei politici in televisione. Le aziende affidatarie del servizio al momento in cui hanno vinto gli appalti avrebbero dovuto garantire come principale obbligo contrattuale lo smaltimento di tutti i rifiuti raccolti in Campania. Come? Ritirando la spazzatura raccolta per strada nei sette impianti di compostaggio costruiti in tutta la Campania, trasformando quei rifiuti in Cdr (combustibile da rifiuti, le cosiddette ecoballe) attraverso un semplice meccanismo industriale di lavorazione, e bruciando queste ecoballe di qualità nei forni dei termovalorizzatori in costruzione. È così che la spazzatura diventa energia, ovvero la principale fonte di ricchezza delle aziende. Era così che i manager della Impregilo avrebbero voluto o meglio dovuto trasformare le 7mila e 200 tonnellate di rifiuti prodotte quotidianamente dai campani in energia elettrica da vendere alla Grtn ad un prezzo triplo rispetto a quello di mercato. Che cosa non ha funzionato in questi appalti? Che cosa ha guastato questo percorso di valorizzazione dei rifiuti che sulla carta sembrava virtuoso e che invece si è dimostrato vizioso? Per i magistrati, se le cose non sono andate bene, la colpa è da attribuire alla truffa delle ecoballe. In pratica, dalle indagini, emerge che le ecoballe prodotte nei centri di stoccaggio avevano (ed in parte hanno ancora) un potere calorifero inferiore alle 15mila Kj/Kg (la regola dice che deve avere sempre un valore superiore) e una umidità superiore al 25 per cento. Sono caratteristiche chimico-fisiche minime, essenziali, previste per legge, per consentire l’avvio delle balle di Cdr (i cilindri di immondizia impacchetta, incellofanata e accantonata dappertutto in Campania) agli impianti di termovalorizzazione in costruzione. Ebbene a spiegare ai magistrati inquirenti quale sia stata la qualità del Cdr prodotto negli impianti delle aziende del gruppo Impregilo ci ha pensato Giulio Facchi, sub commissario all’emergenza rifiuti, persona di stretta fiducia di Antonio Bassolino. Alla domanda se avesse mai avuto cognizione effettiva della pessima qualità del Cdr prodotto negli impianti della Fibe, Facchi, che è imputato nel procedimento penale, non ha nascosto ai magistrati che dagli impianti che lui stesso ha anche visitato “non sarebbe mai potuto uscire Cdr degno di questo nome”. Aggiungendo poi di non aver mai potuto prendere “né cognizione delle analisi effettuate né tantomeno dei soggetti incaricati di effettuarle, almeno fino a quando il problema non comparve sulla stampa e cioè nei primi mesi del 2003. Devo dire – aggiunge sempre Facchi ai pm che lo ascoltano in qualità di imputato – che l’atteggiamento tenuto in Commissariato in ordine ai dati della produzione del Cdr era di massimo riserbo, senza alcuna possibilità da parte mia di ottenere informazioni dettagliate”.
Ma perché tutta questa segretezza sulla qualità delle ecoballe che uscivano dagli impianti delle società Impregilo? Chi avrebbe dovuto controllare che il cosiddetto Cdr (combustibile da rifiuti) avesse le caratteristiche chimico-fisiche previste per legge e che cosa sarebbe successo se queste caratteristiche non fossero state assicurate nei processi di lavorazione dei rifiuti? Sono domande a cui i magistrati napoletani hanno cercato di dare risposte, che sono diventate anche precisi capi di accusa. In pratica i magistrati, sulla scorta di indagini eseguite sia presso le aziende del gruppo Impregilo che negli uffici del Commissariato straordinario di governo per l’emergenza, avrebbero accertato che nei sette impianti industriali campani di selezione dei rifiuti, non sarebbe stato prodotto combustibile derivato da rifiuti a norma del decreto legislativo del 5 febbraio del 1997, il cosiddetto decreto Ronchi. Dalle analisi richieste dai magistrati a consulenti tecnici di ufficio e da quelle sequestrate nelle strutture aziendali e del Commissariato, è infatti emerso che il Cdr prodotto ha un Pci (potere calorifero inferiore) mediamente di 13.200 Kj/kg (ricordiamo che non dovrebbe essere inferiore a 15.000 per Kj/kg) ed un eccesso di umidità (mediamente superiore al 32 per cento) rispetto ai valori previsti dai contratti sottoscritti dalle aziende del gruppo Impregilo (per legge l’umidità non può essere superiore al 25 per cento). In pratica le ecoballe, prodotte secondo questi parametri, ovvero con una umidità superiore e un potere calorifero inferiore alle norme, non potrebbero essere bruciate nei due impianti di termovalorizzazione campani (quello in via di ultimazione di Acerra e quello da realizzare a Santa Maria La Fossa), perché produrrebbero fumi altamente inquinanti. Abbiamo usato il condizionale non a caso, perché tra gli ultimi atti del governo del premier Romano Prodi dopo le dimissioni e lo scioglimento delle Camere, c’è un’ordinanza che dice esattamente il contrario. E cioè che le ecoballe di rifiuti prodotti dai Cdr campani, che eco non sono e che non rispondono ai requisiti richiesti dalla normativa, potranno essere bruciate nel termovalorizzatore di Acerra. In pratica le ecoballe stoccate nella regione, prodotte con materiali di qualità diversa da quella prevista dalle norme, potranno finire nel nuovo termovalorizzatore di Acerra, quello che avrebbero dovuto mettere in funzione a fine 2006 e che invece prima del 2010 non brucerà un grammo di spazzatura. In questo modo, è scritto nell’ordinanza, si accelerano “le iniziative finalizzate al superamento dello stato di emergenza, in particolare per consentire la messa in esercizio in tempi rapidi dell’impianto di termodistruzione di Acerra” che viene autorizzato, al “trattamento e allo smaltimento dei rifiuti contraddistinti dai codici Cer 191212, 190501 e 190503 (rispettivamente le ecoballe campane, la frazione organica non stabilizzata, ossia l'ex fos, e il compost fuori specifica, ndr) presso detto impianto, assicurando comunque il rispetto dei livelli delle emissioni inquinanti già fissati nel provvedimento di autorizzazione”. Per chi non l’avesse capito, quei sette milioni di tonnellate di ecoballe conservate in questi 15 anni di emergenza in ogni angolo della Campania, definite dai magistrati Sirleo e Noviello una truffa, tant è vero che hanno incardinato un processo su questa triste vicenda, ridiventano d’un colpo oro per l’azienda che le ha prodotte e ne è proprietaria. È bastata dunque l’Ordinanza del premier Romano Prodi, datata 20 febbraio 2008 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale, a trasformare in una sorta di tesoretto per Impregilo quelle ecoballe che i magistrati napoletani avevano già definito monnezza tal quale, sacchi di rifiuti incellofanati.
E dire che si discuteva, anche nella comunità scientifica, su come recuperare le balle di rifiuti della Campania, quali protocolli seguire per far in modo da poter bruciare quei rifiuti nel costruendo termovalorizzatore di Acerra. Ebbene, quella quantità impressionante di ecoballe che messe una sopra l’altra formerebbero una base grande almeno quanto l’intera aera di Ground Zero e in altezza supererebbero i 4000 metri del monte Rosa, grazie a Prodi non sono più un problema ma una ricchezza. Quelle montagne di rifiuti che rappresentavano l’eredità più pesante che gravava sul futuro della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti in Campania, oggi sono merce di scambio per la Impregilo che sta discutendo con il Governo (che nel 2005 rescisse il contratto) una via d’uscita dal pantano della monnezza campana. Ma su questo provvedimento del governo i magistrati napoletani faranno sentire la loro voce. Insomma, la situazione è ancora difficilissima. Ed il rischio concreto è che la Campania possa davvero essere sommersa dalla spazzatura. Non è una previsione catastrofica degli sviluppi futuri della drammatica emergenza ambientale che sta mettendo in ginocchio la Campania, ma semplicemente un pizzico di sano realismo che ancora riesce a fare breccia nella mente di chi da 15 anni segue da cronista il cangiante, magmatico mondo della monnezza partenopea. È vero, il superprefetto Gianni De Gennaro, chiamato al capezzale di una regione sull’orlo del disastro igienico-sanitario, ha assicurato di liberare le strade dai rifiuti non raccolti da settimane, giurato che terrà fuori la porta i camorristi-imprenditori che frugano nella monnezza come gli avvoltoi svolazzano sulle carogne, ma finora nulla ha saputo o voluto dire su quanto accadrà dopo il 30 aprile, quando il suo mandato scadrà. L’ex capo della polizia, arrivato a Napoli per commissariare il Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti, non ha il tempo materiale e forse nemmeno un’idea precisa su come restituire agli enti locali la responsabilità di un ciclo virtuoso nel settore dei rifiuti. Per ora ha fatto quello che poteva: aperto un sito di stoccaggio provvisorio, avviato le procedure per aprire due discariche ex novo, portato un po’ di rifiuti in altre regioni e firmato contratti con i tedeschi per portare in Germania 160mila tonnellate di rifiuti. Niente di più. L’operazione “San De Gennaro”, come qualcuno l’ha ironicamente definita, non è nuova, non è semplice e nemmeno indolore. Anche perché, l’emergenza rifiuti, porta con se altri mille problemi che la Campania dovrà affrontare di volta in volta. La questione diossina, presa a pretesto da alcune grandi multinazionali per distruggere il marchio della mozzarella Dop. La campagna di stampa internazionale per screditare agli occhi del mondo l’oro bianco della Campania e distruggere un settore economico che produce un fatturato annuo di oltre 300milioni di euro non è infatti una grossa novità. È da qualche anno infatti che i media stranieri, ciclicamente, paventano chissà quali rischi di contaminazione delle mozzarella. L’obiettivo è di distruggere il marchio Dop e poter allevare bufale e dunque fare mozzarella di bufala anche in Germania, Francia, Romania, magari anche con il latte in povere importato dall’Egitto o dall’India. Poi c’è il turismo internazionale che è stato già dirottato verso altri lidi europei grazie all’emergenza rifiuti. Il 2008 sarà l’annus horribilis per la Campania sul fronte delle presenze turistiche. Quindi c’è l’agricoltura, un altro settore economico trainante dell’economia campana distrutto sempre dall’emergenza. Insomma di rifiuti si può morire in mille modi diversi: e la Campania ancora non sa di che morte morire o forse non ha ancora imboccato la strada giusta per tornare a vivere, per tornare ad essere quella che gli antichi romani chiamavano Campania Felix.

CAMORRA SPA, GLI AFFARI DELLA CUPOLA DALLA CINA AGLI USA

Fattura cifre astronomiche, investe a Wall Street, guarda con preoccupazione l’andamento di Piazza Affari, ha interessi nei più disparati settori dell’economia mondiale e dà pane e companatico a migliaia di “dipendenti”. Questo colosso finanziario solido e florido si chiama Camorra Spa, “una società di fatto il cui consiglio di amministrazione è costituito da esponenti di massimo rilievo nei clan camorristici, particolarmente abili nelle attività di impresa”. Così scrivono in una informativa per la magistratura gli uomini del Servizio centrale operativo della polizia di Stato che assieme all’Interpol indagano sugli affari leciti di alcune cosche camorristiche che a Napoli si scannano e all’estero concludono affari milionari.

IL DIRETTORIO CRIMINALE E GLI UOMINI DELLA CUPOLA
Il ritratto inquietante della presenza e del peso economico mafioso nelle attività commerciali e imprenditoriali legali emerge da indagini ancora in corso e da inchieste già concluse sulla cupola della camorra napoletana. Viene fuori il quadro di una camorra che ridefinisce il proprio programma criminale, “che non è più caratterizzato dalla perpetrazione di delitti di sangue e dalle classiche attività delinquenziali di natura economica (estorsioni, rapine, contrabbando, traffico di droga), ma è anche contraddistinto in maniera crescente dalla realizzazione di attività apparentemente lecite, svolte con mezzi e capitali illeciti”. E’ l’impresa mafiosa disegnata dai magistrati napoletani che analizzano “l’esistenza di un impianto mondiale organizzato come una holding occulta gestita in modo diretto, attraverso affiliati di fiducia, da associazioni criminali napoletane ed in particolare dai clan di Secondigliano”. Lo scrivono i funzionari dello Sco in un dossier, dove viene abbozzata la struttura occulta centrale, definita Direttorio, che gestisce una miriade di società commerciali, che altro non sono che “proiezioni economiche della camorra nella quasi totalità dei paesi europei, in America, in Australia, in Africa, in Cina e in altri paesi asiatici” affidate ad “uomini di paglia” (prestanome di fiducia) dell’organizzazione.
Nel Direttorio, con compiti anche di cassieri e controllori dei conti, ci sono persone di fiducia delle cosche vincenti: i Di Lauro, i Licciardi, i Mallardo, i Contini, i Moccia, i Fabbrocino, i Lo Russo, i Sarno. Insomma, il gotha della camorra. In questa struttura il camorrista si mimetizza e diviene imprenditore, riuscendo ad impiegare “le risorse finanziarie che gli derivano dalle azioni criminali, nella produzione e nella commercializzazione di beni in settori merceologici dove la holding criminale investe: abbigliamento, pellami, scarpe, utensili elettrici, computer, macchine da ufficio, fotocopiatrici e materiale fotografico”. Ma anche nel settore della ristorazione, della produzione e distribuzione di alimentari (pesce, mozzarella, caffè, pane e similari). Tra le attività dove solo di recente la “Camorra Spa” investe denaro sporco ci sono gli Internet Point, usati spesso anche come paravento per scommesse clandestine.

ECCO COME RIENTRANO A NAPOLI I RICAVI DELLA CAMORRA SPA
Le risorse investite producono reddito, denaro che ritorna a Napoli per essere riutilizzato dall’organizzazione mafiosa per pagare le ditte produttrici delle merci vendute e finanziare altre attività commerciali lecite in altri settori. Il denaro incassato in tutto il mondo nei negozi, nei magazzini e in tutti i punti vendita della rete commerciale della camorra confluisce nella cassa comune del cosiddetto Direttorio della holding criminale nei modi più disparati. A descrivere i metodi per il rientro in Italia dei capitali è il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, Filippo Beatrice, che assieme ad altri colleghi firma un’inchiesta già sfociata nel luglio del 2004 in una retata con 97 arresti e centinaia di indagati.
C’è il metodo classico del trasporto fisico che prevede che i referenti della camorra in ogni paese del mondo, periodicamente tornino a Napoli per consegnare buona parte degli introiti ai referenti dei clan nel Direttorio. In molti casi la polizia ha controllato uomini vicini ai clan della camorra mentre scendevano da aerei provenienti da Usa, Canada, Brasile, Cina, Hong Kong, Grecia, Kenia, Australia, Sudafrica e tanti altri paesi con centinaia di migliaia di euro e dollari nascosti nei doppi fondi di bagagli, in giacche o borselli. Danaro sequestrato perché le persone fermate non hanno mai saputo spiegare l’origine di somme così consistenti. Ma si tratta di controlli che rappresentano una goccia nel mare. Un esempio su tutti. E’ il 14 dicembre del 2004, la polizia ferma a Fiumicino un napoletano proveniente dall’aeroporto JFK di New York. Nelle tasche l’uomo ha 130mila dollari in contanti. Alle contestazioni dei poliziotti risponde: “Faccio l’ambulante, esporto giacche e questo è il ricavato, non sapevo di dover dichiarare questi soldi alla dogana”. Il signore è sconosciuto al fisco ed ha legami di parentela con un boss della camorra.
Il sistema del Money Transfer è largamente diffuso e utilizzato dalla camorra per trasferire capitali illeciti. Il servizio che si articola secondo due modalità operative, la “To send money” che serve a inviare denaro in ogni parte del mondo e la “To receive money” che serve a riceverlo è l’ideale per un’organizzazione che ha necessità di far passare velocemente denaro da una parte all’altra del mondo. A gestire questo servizio grossi network internazionali che incassano commissioni salate che vanno dal 4 al 15 per cento e su cui la magistratura napoletana ha aperto un’inchiesta dopo aver sequestrato in alcune sedi italiane e svizzere centinaia di transazioni tra soggetti legati a filo doppio alle organizzazioni camorristiche. E’ un capitolo dell’inchiesta ancora tutto da approfondire. Scrive la polizia federale di Berna in risposta ad una rogatoria internazionale su alcune transazioni di denaro sospette effettuate a mezzo della Western Union: “In un solo giorno un napoletano 47enne ha inviato ai suoi più stretti congiunti, oltre 400mila euro”. L’uomo in questione è considerato dallo Sco “referente commerciale della camorra in Florida (Usa) e non risulta abbia mai svolto alcuna attività che possa economicamente giustificare una rimessa in denaro così sostanziosa”. Ma sempre per il tramite della Western Union, polverizzando in piccole somme ingenti risorse, in un altro spezzone d’inchiesta, stavolta in Inghilterra, Scotland Yard ha scoperto che due donne napoletane nullatenenti e nullafacenti, in una settimana, hanno ricevuto oltre 600mila euro.
Il riciclaggio del denaro attraverso il Casinò di Venezia. Gli accertamenti sin qui eseguiti hanno evidenziato come alcuni soggetti legati ai vertici dei clan fossero in rapporti di amicizia con porteur e altri personaggi che a vario titolo gravitano intorno al Casinò lagunare. In numerose intercettazioni telefoniche della Squadra Mobile di Napoli emerge la facilità e familiarità impressionante con cui vengono cambiati svariati assegni bancari. Il percorso degli assegni “sporchi” è stato monitorato anche grazie agli accertamenti eseguiti dai funzionari di Bankitalia, che hanno fatto una scoperta: provenivano tutti da Napoli o erano girati da napoletani.

SOLDI PER PAGARE PICCIOTTI, CORROMPERE PENTITI E ARRICCHIRE I BOSS
A giudicare dalla inchieste in corso la holding camorra fattura nell’economia globale legale qualche miliardo di euro. Un vorticoso giro d’affari, un circolo vizioso, che comincia con i soldi sporchi della camorra e finisce per rimpinguare le casse dei clan che usano queste risorse anche per altri scopi. Spiega Rosanna Saraceno, un giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Napoli, chiamata a pronunciarsi su una delicata inchiesta sulla holding criminale: “Gli enormi profitti conseguiti e confluiti nella cassa comune dei clan (il famigerato Direttorio, ndr) servono anche a pagare gli stipendi agli associati (i picciotti, i killer, i confidenti), versare denaro agli avvocati che assistono legalmente boss e gregari, a finanziare bisogni e capricci personali dei capi, a disporre sovvenzioni a favore degli ex collaboratori di giustizia per garantire il mantenimento di scelte non collaborative”, ma anche per corrompere pubblici ufficiali e funzionari utili ai fini del perfetto funzionamento delle attività dei clan della camorra. Alla signora Saraceno, giudice scortatissimo, è stata bruciata l’auto blindata mentre conduceva un interrogatorio in carcere.
LE SOCIETA’ DELLA CAMORRA IN ITALIA E ALL’ESTERO
La camorra produce merci e beni perlopiù a Napoli e nei paesi della cintura metropolitana e poi li commercializza all’estero. In un rapporto riservato della polizia, sul quale ora lavorano gli uomini di uno speciale gruppo investigativo che si occupa esclusivamente di aggredire i patrimoni dei boss della camorra, istituito dal ministero dell’Interno nel novembre del 2004, leggiamo: “Molte fabbriche che a Napoli e in provincia realizzano capi di abbigliamento e scarpe sono sotto il controllo dei clan e in particolare dei Licciardi, Di Lauro, Sarno, Lo Russo”.
Sono dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Gaetano Guida - riscontrate dagli investigatori - che indica molti di questi siti produttivi e che spiega come “queste fabbriche esistono solo in funzione dell’esportazione all’estero di tali capi d’abbigliamento”. Per chi non è pratico dell’area metropolitana di Napoli, ci troviamo in una zona dove effettivamente ci sono centinaia di fabbrichette che impiegano migliaia di persone, per buona parte in nero. Chiudere queste fabbriche significherebbe togliere uno stipendio a migliaia di famiglie, lasciarle aperte vorrebbe dire perpetuare l’ingrasso della camorra. Ma i clan hanno siti produttivi anche in paesi esteri. La Bka (polizia federale tedesca), in una relazione trasmessa alla Dia italiana, descrive nei dettagli gli interessi criminali della camorra di Secondigliano in Germania e in altri paesi dell’Est europeo relativamente alla commercializzazione di trapani Bosch, macchine fotografiche e persino computer. Merce prodotta a Hong Kong a costi ridottissimi e poi fatta arrivare a Napoli (nei containers del Porto), quindi esportata in tutta Europa.

LA CONCORRENZA SLEALE E GLI AFFARI DEL BOSS PAOLO DI LAURO

Il pentito Giuliano spiega al magistrato che lo interroga le caratteristiche di “un commercio senza concorrenza, perché quei pochi negozianti che cercano di agire autonomamente vengono costretti con la forza ad approvvigionarsi dai negozi dell’organizzazione criminale”. Salvo qualche piccola eccezione.
A Pechino in più occasioni è stata segnalata la presenza di tale Pasquale Zinzi, 53 anni, indicato dallo Sco quale componente del Direttorio come referente del clan Licciardi. Presenza che, scrivono gli 007 della polizia, “è verosimilmente da collegarsi agli interessi economici dell’organizzazione criminale in quel paese”. Informazione difficile da verificare per gli scarsi rapporti di collaborazione tra le polizie dei due Stati, ma indirettamente confermata dal pentito Gaetano Guida che nella sue dichiarazioni ha fatto riferimento anche all’esistenza di negozi di giacche e giubbini della camorra in Cina. Ma se è vero che il core business della Camorra Spa è all’estero, la holding del crimine continua a fare affari in maniera quasi pulita anche in Italia, in Campania e a Napoli.

APPALTI PUBBLICI MILIONARI IN ODORE DI CAMORRA
Parlare di appalti pubblici in mano a imprese legate alla camorra non è una grande novità ma destano sconcerto alcune informative di reato che il Centro Dia della Campania ha depositato agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta antimafia pochi giorni fa. Gli 007 napoletani su ordine del Viminale hanno preso in esame i lavori per la realizzazione di grandi infrastrutture al Sud dove lo Stato ha già erogato ed erogherà in futuro più di una ventina di miliardi di euro: Treno Alta Velocità (Tav), costruzione terza corsia della Salerno-Reggio Calabria, Metropolitana di Napoli. Ebbene, dopo aver “ispezionato” nove cantieri, hanno potuto accertare che in sette casi al lavoro c’erano “società inequivocabilmente collegate ad esponenti della criminalità organizzata campana”. In pratica, scrivono gli investigatori della Dia, “accedendo a questi cantieri è stato possibile documentare come la criminalità organizzata, con la complicità delle imprese appaltatrici e di funzionari pubblici, fosse riuscita ad ottenere enormi illeciti guadagni, imponendo proprie imprese di riferimento nell’affidamento dei sub appalti e degli altri sub contratti che venivano artatamente frazionati in modo tale da non raggiungere la soglia di valore minimo per l’applicazione della normativa antimafia”. La rescissione dei contratti con ordinanza prefettizia è stato il passo successivo delle indagini patrimoniali. Ma, fatto ancora più grave, queste stesse ditte -cacciate dai cantieri al Sud- in alcuni casi, dopo aver cambiato denominazione sociale e amministratore, sono ricomparse in altri cantieri di importanti opere pubbliche nel centro e nel nord Italia. Anche il clan Nuvoletta puntava sugli appalti pubblici: i carabinieri di Napoli un mese fa hanno messo sotto sequestro beni della cosca per 65 milioni di euro, comprese le quote di una società cooperativa che aveva ottenuto appalti in Emilia Romagna, Marche e Veneto per la costruzione di una casa di riposo, una scuola e un condominio di case popolari. Tutto riconducibile ad un prestanome, Pietro Nocera, 46 anni, latitante, considerato l’amministratore unico della cosca che ha solidi legami con la mafia vincente siciliana.
CAFFE, PANE E MOZZARELLA DEI CLAN VESUVIANI
Ma la camorra, spiegano sempre alla Dia, anche in Italia punta sulla gestione di negozi e di grosse catene di distribuzione alimentari per ripulire e reinvestire denaro illecitamente accumulato. Nel 2003 e nel 2004 la sola Dia ha sequestrato, con provvedimenti della magistratura, beni per circa 600 milioni di euro. Tanto ma sembra poco rispetto alle indagini che sono all’attenzione della magistratura: decine di richieste di sequestri di beni per almeno altri 900 milioni di euro attendono di essere valutate. La Guardia di Finanza nel 2004 ha messo sotto sequestro 68 aziende commerciali (valore 70milioni di euro) e ha presentato proposte per il sequestro di beni per altri 161 milioni. Quest’anno le cose andranno meglio visto che è stato istituito uno speciale nucleo interforze che ha base negli uffici della Dia di Napoli, con 60 uomini in organico che si occuperanno solo di misure di prevenzione patrimoniale. Ma sotto la lente di ingrandimento delle forze dell’ordine ci sono gli esercizi commerciali. Il comune di Napoli ha già assicurato tutta la collaborazione a finanza, polizia, carabinieri e Dia per contrastare il fenomeno del riciclaggio del denaro sporco della camorra promettendo di realizzare nei prossimi mesi una banca dati con tutte le licenze commerciali rilasciate o da rilasciare (oltre 40mila autorizzazioni) sul territorio comunale: queste preziose informazioni potranno essere consultate dagli investigatori, in maniera riservata, in ogni momento.
Solo così sarà più facile evitare episodi inquietanti come quelli che si sono verificati negli ultimi mesi di clan camorristici capaci di conseguire con la violenza il monopolio in alcuni settori del commercio. Nella zona vesuviana i magistrati inquirenti hanno scoperto che i boss, “avevano messo su una associazione criminale che con il ricorso alla violenza è riuscita a conseguire il monopolio di fatto del mercato delle farine alimentari nel comprensorio”. In pratica la cosca del posto con i proventi delle estorsioni aveva impiantato una attività imprenditoriale di vendita di farina e pane all’ingrosso: prodotti imposti con la forza a fornai, panificatori (persino quelli abusivi), salumerie e supermercati. Un'altra cosca napoletana costringeva ristoranti e pizzerie del Lungomare (Mergellina e Santa Lucia) a rifornirsi di latte e mozzarella prodotti nei suoi stabilimenti caseari o distribuiti dai suoi affiliati. A Pompei invece nel mirino della camorra il lucroso business della tazzulella di caffè: la camorra imponeva quello di sua produzione a bar, ristoranti e alberghi. Un giro d’affari milionario.

"BERLUSCONI? UN MAFIOSO": PAROLA DI PENTITO INATTENDIBILE

“Quando leggo che Berlusconi interviene sui giornali per salvaguardare la dignità dei tanti detenuti ordinari, interpreto questa cosa come se fosse l’evoluzione politica di quanto è stato promesso due anni fa….”. Parola di Luigi Giuliano, ‘o ‘rre di Forcella, Napoli. Professione: pentito, ex boss della camorra. E’ un fiume in piena don “Loveggino”, come lo chiamano nel suo rione. Ci manca solo adesso che tiri in ballo il Papa, visto che il Pontefice è andato in Parlamento per chiedere un provvedimento di clemenza per l’emergenza dei detenuti. Ma secondo il pentito esisterebbe un patto tra Forza Italia, alcuni partiti della Casa delle Libertà e padrini mafiosi del calibro di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giuseppe Madonia. Un patto per svuotare di contenuti e rendere inefficace il 41 bis, il carcere duro che i boss non gradiscono. “Ai nostri referenti politici – racconta Giuliano ai magistrati napoletani – abbiamo chiesto valide garanzie”, che consisterebbero nella possibilità di comunicare con l’esterno. Ed anche: “Un piano per controllare il Dap (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) e per insediare le proprie conoscenze nei Tribunali di sorveglianza”. Lui, Luigi, il capo del clan e i suoi fratelli (non tutti) hanno deciso di collaborare con lo Stato, di pentirsi. Siamo a Forcella, un complicato intreccio di viuzze del centro storico, dove il pane appena sfornato trova posto sui banchetti per la vendita delle sigarette di contrabbando, dove i Giuliano sono nati e cresciuti. Ora il boss che ha ordinato decine di omicidi di nemici, discetta di politica… “Mafiosi e camorristi – ha spiegato Luigi Giuliano ai magistrati- hanno aderito ad un progetto teso a garantire appoggi politici ed elettorali a Forza Italia e al Polo delle Libertà. Posso inoltre confermare che la vittoria schiacciante in Sicilia è frutto di questo tipo di accordo”. E’ una tesi suggestiva quella del boss di Forcella: Berlusconi e compagni che si accordano con i boss proprio nei giorni in cui si discute di indultino e quando il Governo del Polo vara una modifica al 41 bis estendendolo anche a terroristi e trafficanti di uomini e rendendo il carcere duro ancora più restrittivo. Luigino però insiste: secondo lui sarebbe tutta una finta. E spiega perché: “Dopo le elezioni non chiedevamo il superamento immediato del 41 bis, proprio per non suscitare uno scandalo, ma uno svuotamento totale di questo regime carcerario che doveva rimanere come un fantoccio vuoto, privo di ogni altro contenuto”. Qualcosa che di fatto già funzionava così: Giuliano ha svelato che nonostante il regime di isolamento i boss fra di loro riuscivano a comunicare in molti modi. Per esempio attraverso messaggi lasciati dietro un determinato termosifone del locale docce del carcere di Parma. Oppure mandando messaggi attraverso cordicelle calate da una cella all’altra. Sistemi sperimentati in prima persona: Giuliano ha raccontato che con questo sistema del termosifone ha potuto parlare con il boss della camorra Luigi Vollaro del programma di eliminazione dei pentiti, che sarebbe un altro dei punti forti del “famigerato” programma concordato con i politici. Totò Riina – ha raccontato Giuliano- avrebbe utilizzato Salvatore Savarese, un esponente della camorra per lasciare messaggi in giro. Savarese era stato il suo compagno di cella durante un periodo di “socializzazione”. Dopo che Giuliano ha raccontato queste cose ai magistrati Giuseppe Narducci ed Aldo Policastro, gli investigatori di Ros e Dia hanno fatto un blitz in nove istituti di pena in tutta Italia, perquisendo le celle di 23 boss: da Salvatore Badalamenti, un parente del padrino detenuto negli States, a Francesco Schiavone, detto Sandokan, ovviamente a Totò Riina e via via tutti gli altri con i quali Giuliano avrebbe avuto contatti soprattutto nelle carceri di Secondigliano, Parma e L’Aquila. Lo “svuotamento” del 41 bis sarebbe passato –sempre secondo il pentito- anche dalle malattie immaginarie. Il boss ha raccontato di essere stato un grande attore, di aver simulato più volte di star male e lo avrebbe fatto grazie anche qualche medico compiacente ora sotto inchiesta. Secondo i sanitari del Gemelli di Roma, Giuliano “è capace a suo piacimento di far salire la pressione, di simulare ischemia cerebrale,di fingere infarti, anoressie, problemi psichici, persino la cecità”. Insomma, un grande attore come si è autodefinito il boss. L’unica cosa certa, per ora, è che l’avvocato del pentito, Civita di Russo, è sotto scorta e che ogni giorno decine di carabinieri e poliziotti vegliano sull’incolumità dei parenti del pentito, che sono rimasti a casa, a Forcella, e lo hanno ripudiato, rifiutando il programma di protezione.

L'ESERCITO DEI BIMBI SCHIAVI "ACQUISTATI" A CALARASI

È un esercito di piccoli schiavi, dalla faccia sporca e dai begli occhi sofferenti, quello che stringe d’assedio i vicoli del cuore di Napoli. Sono i bambini rumeni di Calarasi che chiedono l’elemosina ai semafori, davanti ai ristoranti, ai cinema, sul lungomare. Vanno ad aggiungersi ai ragazzini nomadi, nordafricani e ai muschilli napoletani. Un esercito di creature senza infanzia che da mesi hanno eletto Napoli a loro città adottiva. Bambini che ogni tre mesi vengono riportati in Romania dai loro genitori per farsi rinnovare il visto di uscita, per poi ripartire e ricominciare per le strade di Napoli le stazioni del calvario di questi piccoli schiavi.
Lavorano dodici ore al giorno agli angoli delle strade sotto lo sguardo attento di mamme, papà o gente che quando vengono fermate dalle forze dell’ordine si qualificano loro genitori. Bimbi che alimentano l’industria della disperazione, che quotidiananente vengono costretti a tendere la mano agli automobilisti o ai passanti, ad elemosinare e fare accattonaggio. Chi li sfrutta, chi prende i soldi guadagnati da questi bambini sono quelli che li sorvegliano a distanza quando “lavorano” ai semafori, sono quelli che li «addestrano», gente che sa che quei piccoli rumeni valgono tanto oro quanto pesano. Uno di quei muschilli di Calarasi “guadagna” molto di più di un adulto lavavetri. Ai semafori, oramai, ci sono solo loro, con stracci o spugnette logore e luride con cui simulano di lavare i fari perché sono troppo piccoli per arrampicarsi fino al parabrezza.
A Napoli questi bambini vivono assieme ai genitori o ai presunti genitori in campi improvvisati, che spuntano come funghi alla periferia della città. C’è un campo al rione Traiano (già bruciato una volta da ingoti), un altro campo in via Cinthia, a pochi passi dallo stadio San Paolo, in un fossato tra un distributore di benzina e una centrale di trasmissione Enel. Un altro campo a Ponticelli, abbandonato dalla gente di Calarasi e bruciato sempre da ignoti. Sono capanne fatte con stracci e cartoni, costruite intorno ad una casa-catapecchia in legno che domina quasi sempre sul campo ed è abitata dal capo della comunità o comunque dalla persona più influente (una specie di capo tribù), che raccoglie i soldi (e ne decide la destinazione) e che dà indicazioni sui luoghi da presidiare, sugli incroci dove mandare i bambini o su come addestrarli a chiedere soldi, ad essere più convincenti a toccare il cuore dei napoletani. Gli investigatori napoletani che stanno monitorando il fenomeno da alcuni mesi, per cercare di verificarne alcune implicazioni criminali, nei loro rapporti investigativi scrivono che “a giugno c’erano in città circa 200 bimbi”, mentre “oggi ce ne sono tra Napoli e il suo hinterland ufficialmente più di 400, anche se alcuni comuni toccati da questo fenomeno dei bimbi schiavi (Napoli, Caserta, Pozzuoli, Giugliano in Campania) ne stimano oltre un migliaio”.
Le fonti investigative sono molto avare di notizie, perché le indagini in corso non sono indirizzate esclusivamente verso il fenomeno dell’accattonaggio o delle elemosina o comunque dello sfruttamento di questi bambini per questi fini, ma si spingono anche in direzioni molto più gravi e raccapriccianti: pedofilia e persino traffico di organi.
Quello che emerge da due distinte inchieste promosse dall’Ufficio minori della questura di Napoli e dalla Squadra Mobile della questura di Caserta è che i bambini e i presunti genitori o parenti provenienti da Calarasi non sono clandestini, ma arrivano regolarmente in Italia, passando la frontiera e mostrando il passaporto (si cerca di capire come è possibile che alla frontiere una persona riesca ad entrare ogni tre mesi con figli che hanno nomi semore diversi). A portarli in Italia, alla modica cifra di duemilacinquecento euro, ci pensano quelli che loro chiamano “tassisti: questo denaro verrà restituito dopo una decina di giorni di “lavoro” dei bambini ai semafori. I guadagni degli altri giorni che restano a Napoli (fino alla scadenza del soggiorno) serviranno al loro sostentamento in Romania. Sono molto attenti a rientrare entro i tre mesi previsti, perché temono che il loro Stato non conceda mai più l’opportunità di espatriare. Chi sono questi tassisti? Che cos’altro trasportano dalla Romania all’Italia? Sono parte di un’organizzazione criminale dell’Est? Uno dei filoni più importanti dell’inchiesta è quello che tende ad accertare e reprimere eventuali reati di pedofilia. A Caserta, invece, il capo della squadra mobile, Olimpia Abbate, una donna molto attenta al fenomeno dello sfruttamento dei minori rumeni, qualche giorno fa ha arrestato tre immigrati rumeni alloggiati in campi nomadi della provincia di Napoli (sono i campi di Caivano e Giugliano), con l’accusa di maltrattamenti e violenza privata nei confronti di quattro bambini (tre maschietti e una femminuccia) costretti a chiedere l’elemosima ai semafori della città di Caserta. I tre arrestati provenivano tutti da Calarasi. Attraverso foto e filmati realizzati dalla Digos del capoluogo casertano, è stato accertato che i bambini dovevano consegnare subito i soldi agli adulti nascosti nei pressi dei semafori. Ora i poliziotti hanno chiesto collaborazione alla polizia e delle autorità consolari rumene per cercare di capire il percorso per l’ingresso dei bimbi in Italia e comprendere se esiste qualche organizzazione criminale che oltre a trasportare questi disperati nel Belpaese li sfrutta anche. Per ora, però, da Bucarest non c’è stata ancora una risposta alle tante domande poste dagli investigatori casertani. Ma la preoccupazione delle forze di polizia, è quella che i bambini di strada di Calarasi possano finire nella rete di pedofili o malintenzionati. Ci sono adulti che non riescono infatti a tenere il controllo di tutti i figli (o presunti tali) sguinzagliati in punti diversi di una strada o di una piazza. Per cui un malintenzionato potrebbe avere campo libero. A Napoli, per ora, ad assistere questo esercito di disperati ci pensa il Comune. Oltre un centinaio vengono ospitati presso un Centro di Accoglienza (quartiere di Soccavo), dove possono mangiare e se vogliono anche dormire. Ma molti adulti preferiscono evitare le cure del Comune perché temono che qualcuno possano togliergli i bambini e innescare così un iter giudiziario lunghissimo e dolorosissimo.

LA SAGA DEGLI SCHIAVONE, UN BIMBO PROTETTO COME UN PENTITO

Si sono presentati armati in casa del piccolo Carmine. Erano gli uomini del Servizio Centrale di protezione, quelli che vigilano sulla sicurezza dei pentiti. Hanno bussato alla porta dopo cena, quando il bambino stava già dormendo. Hanno esibito un ordine del magistrato del Tribunale per i Minorenni di Napoli: la revoca dell’affidamento di “Carminiello” agli zii e la consegna immediata del bimbo a quegli uomini armati che l’avrebbero “restituito” al padre naturale, ovvero Vincenzo Schiavone, collaboratore di giustizia, figlio del più noto Carmine Schiamone, pentito eccellente della camorra casertana. Una visita quella degli uomini del servizio di protezione che nessuno si aspettava, anche perché proprio ieri il nuovo papà di Carmine era stato al Tribunale per i Minorenni per sincerarsi che nessuno gli portasse via Carminiello, un bambino splendido che aveva trovato la sua stabilità in un nucleo familiare dopo anni di paure e tribolazioni. Invece quel suono del campanello a tarda sera, quella porta che si apriva e lo Stato che mostrava i suoi muscoli con un bambino di sei anni, buttato fuori dal letto per essere portato da un padre che probabilmente nemmeno conosce e che non ha mai giocato con lui. Un padre definito dallo stesso Tribunale per i Minorenni “inadatto al ruolo di padre”. Scene di disperazione nella famiglia dove Carminiello si trovava a suo agio, circondato dall’affetto degli zii-genitori e della cuginetta-sorellina. La nonna del bimbo è svenuta, urla, pianti e tentativi di resistere a quella “invasione” dello Stato non sono serviti niente. Quegli uomini armati dovevano eseguire un ordine. E davanti agli ordini non ci sono sentimenti che tengano. Carmine ha sei anni e mezzo, frequenta la prima elementare a Mondragone. Si era abituato a vedere i carabinieri sotto casa: non piangeva e non scappava più, come faceva prima. Il bambino ha un cognome che pesa come una maledizione: Schiavone. Che nell’Agro Aversano vuol dire molto. Suo nonno Carmine, il pentito, il suo prozio Francesco- che non ha mai visto- è il boss chiamato Sandokan. Un uomo che è stato inafferrabile per anni perché si nascondeva in un appartamento lussuoso sottoterra dove dipingeva quadri di Gesù e da dove impartiva l’ordine di uccidere ai suoi luogotenenti. Un bambino segnato: Sara, sua mamma, è morta in un incidente d’auto pochi mesi dopo la sua nascita. Un’auto l’ha uccisa a 18 anni. Con lei morirono anche sua sorella e un nipotino. Il papà di Carmine jr. per i periti del Tribunale per i minorenni ha una personalità borderline ed è “inidoneo” come genitore…Il piccolo adesso non vivrà con lo zio paterno e la sua famiglia, quello che chiama addirittura papà, e la cuginetta di 3 anni che per lui è come una sorellina. L’incubo di essere inghiottito dal programma di protezione, di finire di nuovo in una famiglia che sente estranea, quella di suo nonno, si è materializzata ieri sera.. Gli zii avevano chiesto di poter cambiare cognome al piccolo Carmine ed anche di far decadere la patria potestà di Vincenzo: lo Stato ha deciso diversamente. Non si capisce però in base a quale ragionamento giuridico.

MONNEZZOPOLI, IL LIBRO CHE SVELA LA TRUFFA DEI RIFIUTI

Scorrere le pagine di “Monnezzopoli” e finalmente respirare. Liberarsi così dal tanfo del fiume di monnezza che ancora ammorba l’aria di Napoli e della Campania. Affrancarsi dal fetore di marcio che avvelena la vita pubblica di una regione, la Campania, che per tre lustri ha sniffato l’odore dei soldi: sono stati sciupati 2 miliardi di euro. Due miliardi ragazzi, mica bruscolini, per risolvere il problema dei rifiuti che invece è ancora lì, come la monnezza, testimonianza di uno scandalo senza precedenti, forse anche peggiore degli sperperi e delle ruberie del post terremoto. Ma il sollievo dura poco, perché quei due miliardi buttati puzzano. Più delle piramidi di sacchetti che soffocano la Campania. Leggere le 220 pagine di “Monnezzopoli - la grande truffa” di Paolo Chiariello, Tullio Pironti editore, è un po’ come entrare in una galleria degli orrori. Gli orrori dei cittadini campani, anzi di tutti noi italiani. Alla fine, però, se ne esce con la convinzione di avere compreso appieno questo scandalo. Sì, perché “Monnezzopoli” ti prende per mano, e ha l’ardire di spiegarti come sia stato possibile sperperare 4mila miliardi delle vecchie lire per superare l’emergenza rifiuti e ritrovarsi con la spazzatura ai secondi piani delle case. E scusate se è poco. Per riuscire nell’impresa Chiariello, giornalista di Sky Tg24, di quelli che amano fare le inchieste sul campo, non ha esitato a tuffarsi in decine di migliaia di pagine di inchieste penali, contabili, amministrative e parlamentari (oltre 130mila solo quelle dell’inchiesta “madre” della Procura di Napoli che rischia di inchiodare Antonio Bassolino e gli uomini della Impregilo a responsabilità enormi) su quello che è già passato alla storia come lo scandalo dei rifiuti. Una ricerca puntuale, certosina, mai banale e, quel che più conta, costantemente corroborata dai documenti che Chiariello fa parlare per illustrare le responsabilità ai vari livelli: malamministrazione, malagestione, malgoverno, malavita, camorra. Chiariello utilizza la prima parte del libro nell’impegnativa ricostruzione della nascita e del cammino dei due appalti da 700 milioni di euro affidati dal Commissariato straordinario ad aziende dell’Impregilo.
Il libro è carne viva, perché va in distribuzione non solo mentre la Campania affoga nell’immondizia e il neocommissario Gianni De Gennaro (l’ennesimo) cerca una soluzione (e non la trova), ma proprio mentre Bassolino e altri 27 imputati vengono rinviati a giudizio per una sequela impressionante che vanno dalla truffa alla turbativa d’asta al disastro ecologico. Un’inchiesta incredibile, per molti aspetti paradossale e dalla quale, «tra le altre cose, emerge che il controllore, invece di denunciare, copriva magagne e giustificava inefficienze del controllato». Il controllore era Bassolino, i controllati erano le aziende del gruppo Impregilo.
Ma il capitolo di gran lunga più sconvolgente (e scottante) Chiariello lo dedica ai due miliardi di sprechi del Commissariato, «una vena aperta nei conti dello Stato, un organismo che ha speso senza alcun costrutto più dell’ex Cassa del Mezzogiorno, se si considera il lasso di tempo e il campo di azione limitato ad una sola Regione del Sud». Il perché è presto detto: chi avrebbe dovuto risolvere l’emergenza ha subito scoperto che aggravarla era molto più redditizio. Perché l’emergenza rifiuti, spiega Chiariello, è un’industria che produce reddito per tutti: camorristi, politici e i cosiddetti esponenti della società civile che spesso sono stati a busta paga come consulenti del potente di turno che allargava e chiudeva i cordoni della borsa dove c’erano i soldi pubblici. «L’impressione è che in tanti in questi anni, dal più umile dei lavoratori socialmente utili al professionista che si è arricchito con consulenze ben remunerate del Commissariato di governo - è l’analisi dell’autore senza peli sulla lingua - abbiano lavorato per l’emergenza, non per estirparne le radici. I motivi? Il loro portafoglio, il loro lavoro, è legato a filo doppio ai soldi stanziati per l’emergenza rifiuti». Si spiega allora come sia stato possibile il lievitare delle spese del Commissariato dai poco più di 16mila euro del 1996 al milione e 140mila del 2003. L’inchiesta amministrativa condotta dal dirigente del Tesoro, Natale Monsurrò, lo illustra con agghiacciante semplicità. Agghiacciante, come la vicenda dei 2.500 lavoratori dei Consorzi di Bacino pagati per non fare nulla, assunti «senza rispettare le norme del collocamento, pescando tra liste di soci di cooperative di disoccupati che un giorno sì e un giorno pure tenevano in scacco la città», denuncia Chiariello. Uno scandalo nello scandalo, costato 60 milioni di euro all’anno a fronte di una raccolta differenziata sotto il 10%. Tutto questo in una regione che vanta «un addetto ai rifiuti ogni 400 abitanti. La media nazionale è di uno ogni novemila».
Perfino il mitico capitano Ultimo, oggi maggiore Sergio De Caprio, l’ufficiale dei carabinieri che arrestò Toto Riina, ha provato a venirne a capo. Risultati? Zero. Fermata obbligata del libro, ovviamente, la camorra. Chiariello illustra come il business dell’ecomafia sia iniziato come prolungamento di un’altra emergenza: quella del terremoto dell’80. Una volta scavate le cave per ottenere il materiale inerte necessario alle grandi opere pubbliche subappaltate alle imprese di camorra occorreva poi riempirle: «Non era forse meglio colmare quelle voragini facendo ingoiare alla terra spazzatura?». I camorristi, i Casalesi per primi e più di tutti, lo capirono al volo. Fu così che la terra ingoiò rifiuti d’ogni tipo: monnezza nei sacchetti, fusti con materiale tossico e bidoni con scorie radioattive. Roba che ha ingravidato un pezzo della Campania che gli antichi romani definivano Campania Felix per l’eccezionale fertilità dei campi e che Chiariello ha ribattezzata “Canpania inFelix”.

L'ALTRA CINA, QUELLA CHE NON SI PIEGA ALLA CAMORRA VESUVIANA

Hanno detto no alla camorra. Contro le minacce e le intimidazioni degli uomini del racket hanno chiesto aiuto alla polizia e alla loro ambasciata, sfidando una pratica che molti napoletani sono costretti a subire per poter lavorare. Siamo in via Carriera Grande, una delle ultime strade colonizzate dai cinesi. Nel quartiere Arenaccia, a Forcella e fino ai Quartieri Spagnoli, un dedalo di viuzze, stradoni e piazze che si estendono dalla stazione fino al cuore centro antico cittadino, migliaia di lanterne rosse applicate all’esterno di negozi, depositi, bassi, ristoranti testimoniano la presenza di cinesi a Napoli. Un serpentone di lanterne rosse che si estende ogni giorno di più e che dimostra quanto Napoli, fors’anche più di altre città, sia stata eletta dalla comunità cinese come domicilio e luogo di lavoro ideale. Una comunità chiusa, quasi invisibile, che non dà alcun tipo di problema se non quello di doverli difendere dalla camorra…perché da queste parti chi ha un negozio piccolo dovrebbe pagare cento euro mentre per chi ha un esercizio più grande la richiesta è di 250 euro. I negozi di abbigliamento all'ingrosso, di accessori di ogni tipo e di alimentari con prodotti dai nomi assurdi e impronunciabili nella China Town napoletana, nonostante la camorra, sono sempre in piena attività, con il solito via vai di clienti di ogni razza, le lanterne rosse all'ingresso accese, le insegne illuminate. Non ci sono specifiche denunce contro il pizzo, anche perché buona parte di chi subisce queste vessazioni è clandestino e non può denunciarle perché rischia l’espulsione. Ma i cinesi di Napoli non si sono fatti intimidire: ad ogni attentato della camorra prima abbassano le saracinesche in segno di protesta e contemporaneamente distribuiscono volantini, rigorosamente in cinese, chiedendo alla comunità di ribellarsi. Poi attraverso la loro associazione dei commercianti, si rivolgono all’Ambasciata di Cina a Roma, che, a sua volta, attiva i canali istituzionali necessari a tutelarli. Ma c’è anche un’altra chiave di lettura a queste vicende che ce la offre la Dia (la Direzione investigativa antimafia) in una delle tante inchieste sulla criminalità straniera in Italia. I gruppi cinesi, si legge in una informativa, «tentano di inserirsi nel peculiare panorama camorristico napoletano attraverso la realizzazione e la commercializzazione di prodotti, soprattutto in pelle, caratteristici dei mercati ambulanti e cercano di proiettarsi in ambiti sempre più estesi». Forse questi business hanno fatto nascere l’interesse della mafia cinese? Qualche anno fa, ad Acilia, vicino Roma, venne sequestrato il piccolo Xu, un cinese di 5 anni, da una banda di connazionali che avevano la loro base a Terzigno, cittadina dell’entroterra napoletano. Il bambino, per il quale venne chiesto un riscatto di 75 mila euro, venne tenuto nascosto in un appartamento di Terzigno per due giorni. In carcere finirono sette cinesi - tra i 28 e i 40 anni - appartenenti ad un'organizzazione di 10-12 persone, dedita a sequestri lampo a scopo estorsivo.
La comunità cinese è numerosissima. A Napoli ce ne sono alcune migliaia. La maggior parte invece si trova nelle fabbrichette che stanno nella zona vesuviana, in paesi compresi nell’area che va da S. Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Ottaviano, S. Gennaro, Poggiomarino e Boscoreale. Anche se da qualche tempo comunità cinesi sempre più nutrite si sono insediate a Boscoreale, Palma Campania, Pompei, Scafati e persino nella città di Salerno, nuova frontiera della colonizzazione cinese in Campania. In ogni caso la presenza di cinesi nella zona vesuviana non è un caso: quella era tradizionalmente una zona di confezioni di abbigliamento, che negli anni ’90 cominciava a essere in crisi. Poi sono arrivati i cinesi per lo più dalla Toscana, poi direttamente dalla Cina e hanno messo su una serie di attività. Inizialmente facevano gli operai, con grande felicità degli imprenditori. Dopodiché hanno incominciato ad aprire anche loro delle fabbrichette. Così hanno imparato il mestiere e hanno aperto tante fabbriche, prezzi e a tempi di produzione imbattibili. Per cui gli operatori economici locali hanno chiuso. Dopo un po’ di tempo è successo che gli imprenditori locali si sono riciclati in commercianti. Ora i cinesi lavorano tutti in queste fabbriche come terziari, nel senso che ricevono commesse da commercianti italiani. E dunque i vecchi commercianti italiani locali si sono trasformanti in coloro che procurano le commesse. Per un po’ di tempo questo è andato bene. Adesso c’è di nuovo un periodo di crisi di rapporti perché i cinesi stessi si stanno trasformando a loro volta in intermediari. Si tratta di fabbriche cinesi che molte volte sono dette clandestine, ma che in realtà non lo sono affatto, perché sono regolarmente denunciate da commercialisti diventati miliardari curando gli interessi dei cinesi. Il motivo per cui la finanza ogni tanto gli fa pagare multe, è che detengono operai clandestini. Allora gli chiudono la fabbrica per qualche giorno. Loro pagano le multe e poi riprendono a lavorare. Ma questo non cambia molto i loro affari perché hanno nel loro piano di lavoro la consapevolezza di restare chiusi due mesi l’anno. I soldi guadagnati, generalmente, vengono reinvestiti in Italia in altre attività produttive. I cinesi stanno molto attenti a non far diventare mai troppo grandi le loro fabbriche. Casomai ne aprono altre per diversificare la produzione o per “colonizzare “ altri territori. Ora si stanno spostando in Sicilia.

CHINA POWER, NAPOLI COLONIZZATA DAI FALSARI CON GLI OCCHI A MANDORLE

E’ martedì pomeriggio, ore 15 circa, quando con puntualità svizzera la sagoma inconfondibile della “Ponte di Rialto”, una nave cargo enorme con circa 600 container a bordo, si staglia all’imbocco del porto di Napoli. “Arrivano i cinesi” commentano sul molo della Compagnia Napoletana Terminal Container decine di nerboruti camionisti di Tir che sin dal mattino ingannano l’attesa giocando a carte e azzannando panini al chiosco di un bar sul fronte del porto commerciale. A breve entreranno nelle aree protette da vigilantes armati per ritirare i container pieni di merce da consegnare ai destinatari. Vietato l’ingresso ai giornalisti. Non c’è scritto sul cartello d’ingresso, ma gli uomini della vigilanza con modi spicci ci dicono: qui entrano solo finanzieri e doganieri in divisa o con tesserino, nessun ficcanaso tra i piedi. Express, Princess, Dragon, Ponte di Rialto sono solo alcuni dei cargo cinesi che vengono presi in consegna a largo di Capri e scortati nelle acque portuali di Napoli da motovedette della Capitaneria di Porto, sia per ragioni di sicurezza che per effettuare controlli antiterrorismo a bordo. Sono scene che si ripetono due, tre volte a settimana nel porto di Napoli. In prima linea, su questi moli enormi, a controllare che nulla venga introdotto illecitamente in Italia, c’è sempre uno sparuto drappello di finanzieri e doganieri che, messi di fronte a questi giganti del mare che trasportano ogni sorta di mercanzia, non sanno dove mettere le mani. Mentre le gru scaricano i doganieri scelgono di visionare il contenuto di qualche container, i finanzieri chiedono di far passare qualche tir già carico e pronto a portare la merce a destinazione sotto un enorme macchina-scanner che ne analizza su un computer il contenuto. Controlli mirati dicono, ma noi possiamo testimoniare che sono pochi e fatti di corsa per evitare la paralisi totale del porto.
In ogni caso, dai cosiddetti controlli mirati effettuati su 10 degli oltre 400 contanier scaricati mediamente da una nave stipata all’inverosimile, è impressionante la quantità di merce sequestrata: dalla salsa di pomodoro falsa, al limoncello di Sorrento taroccato in Cina ed esportato in Europa e Nord America, ai milioni di compact disk con musiche e canzoni della tradizione napoletana copiati nella periferia di Shangai e venduti sulle bancarelle di Napoli e di altre città italiane. Persino le ceramiche di Capodimonte falsificate in Cina arrivano a Napoli a bordo di queste navi per essere marchiate made in Italy ed essere poi messe in vendita come se fossero oggetti preziosi dell’artigianato partenopeo.

Le navi portacontainer che si vedono dal lungomare di Napoli ferme in rada in attesa di attraccare, nell’immaginario dei tanti imprenditori italiani ridotti sul lastrico dall’aggressione cinese dei mercati, sono diventi i cavalli di Troia dell’economia del Belpaese. Nelle enormi pance d’acciaio di quei cassoni che fanno la spola tra il Mar di Cina e il Mediterraneo ci sono praticamente tarocchi di tutto: dalle cravatte ai calzini, dalle magliette di cotone alle ceramiche, dalle lenzuola ai giocattoli, dagli orologi ai binocoli, dai computer alle stampanti, scarpe, telefoni fissi, telefoni cellulari, accessori per telefonini, macchine fotografiche, cosmetici, medicinali orientali, il Ceedra meglio noto come viagra cinese, liquori, cibo e quant’altro può servire ai ristoratori cinesi. Finanza, Dogana e Guardia Costiera recentemente hanno anche fatto scoperte strane e imbarazzanti: tonnellate di pinne di squali usate come afrodisiaci, farmaci che contengono principi attivi del viagra acquistati dai camorristi e utilizzati come dopante per migliorare le prestazioni agonistiche di cavalli e alterare i risultati dei concorsi ippici, liquori analizzati nei laboratori del ministero della Sanità che contengono percentuali minime di Ginseng e altri prodotti naturali ancora misteriosi.

Contro questo tsunami dell’economia illegale che tutto sommerge e travolge, l’inadeguatezza dei controlli e della vigilanza affidata a pochi doganieri e finanzieri destinati a questi compiti appare in tutta la sua evidenza guardando i depositi giudiziari dello Stato al collasso. Immagini che documentano in maniera inequivocabile l’invasione di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina. Stipare le patacche cinesi sequestrate è diventato un lavoro improbo per mancanza di personale e complicato per mancanza di spazi a disposizione. E, in tempi di Sars e influenza aviaria, anche pericoloso. In più di un’occasione finanzieri e doganieri hanno chiesto di non maneggiare farmaci o altri prodotti provenienti dalla Cina per evitare contagi. Per evitare di essere sommersi da merce sequestrata e non avendo più a disposizione depositi propri, Finanza e Dogana oramai affittano enormi capannoni da privati, per fare fronte ad un fenomeno devastante. Ci sono migliaia di scatoloni di merce clonata sigillati in questi depositi, che non può né essere distrutta né essere regalata ad associazioni senza fini di lucro senza una espressa autorizzazione della magistratura. Merce che è diventato difficile persino sequestrare. “Non c’è più posto, non sappiamo più dove mettere quello che sequestriamo, tutti i nostri depositi sono stracolmi” spiega un anziano magazzinieri della Finanza che aggiunge: “E’ duro ammetterlo, ma ogniqualvolta apriamo un container cinese per i controlli, preghiamo che ci sia merce lecita perché davvero non sappiamo più dove mettere le patacche. E invece inciampiamo sistematicamente in prodotti contraffatti”.

Di questa merce, fortunatamente, finanzieri e doganieri, nella stragrande maggioranza dei casi, debbono fidarsi di quello che leggono sui documenti di viaggio esibiti dai camionisti all’uscita dagli uffici doganali. Se e quando la Finanza decide di controllare il carico di ogni singolo container sbarcato succede che l’intero porto ed i quartieri a ridosso dei moli commerciali rimangono stretti nella morsa dei tir parcheggiati sulle rampe d’accesso all’autostrada e lungo le strade della viabilità interna dello scalo in attesa dei controlli. Attesa che può durare fino a 12 ore. Ma succede molto raramente. La scelta di Napoli come piattaforma commerciale cinese nel vecchio continente, infatti, non è casuale. La rete di controlli doganali penetrabili come il coltello nel burro, l’insufficienza del personale e l’eccezionale traffico commerciale che gravita sulla zona portuale fanno di Napoli una trincea bucata attraverso la quale far arrivare ogni sorta di prodotti. Qualche dato per comprendere le dimensioni del fenomeno: nel 2004 la sola Finanza di Napoli ha sequestrato circa 14milioni di prodotti contraffatti per un valore di circa mezzo miliardo di euro; nei primi tre mesi del 2005 i prodotti falsi intercettati sono stati oltre due milioni per un valore di circa 100 milioni di euro. Ogni anno dai porti cinesi di Shanghai, Dalian, Guangzhou e Hong Kong arrivano all’ombra del Vesuvio oltre 300mila container stracolmi di merce d’ogni tipo, praticamente il 70 per cento di tutti i prodotti cinesi diretti in Italia.


Un trend in costante crescita che ha consentito di qualificare Napoli come porta d’Italia per l’Oriente, sostituendosi di fatto a Rotterdam ed Amburgo, un tempo scali importanti delle merci provenienti dalla Cina. Nei soli mesi di marzo e aprile del 2004, dopo un blitz dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti negli uffici della Dogana del Porto di Napoli per chiedere un giro di vite sull’ingresso di merci illecite dirette in Italia, c’è stata una piccola flessione negli arrivi di navi cargo dalla Cina. Poi l’attracco di enormi navi è ripreso ad un ritmo vertiginoso. Per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno dell’invasione gialla di Napoli, basta gettare lo sguardo a destra e a sinistra dell’autostrada Roma-Napoli 10 chilometri prima di entrare in città: ovunque container con scritte cinesi ammassati uno sopra l’altro fino a formare grattacieli d’acciaio. Ovunque ideogrammi cinesi e le scritte Cosco e China Shipping, società armatrici della Repubblica Popolare Cinese che hanno comprato o affittato ogni spazio libero, capannone, deposito nei pressi del Porto di Napoli.


Un esempio di questi giorni serve a riassumere il malessere dell’economia italiana rispetto al pericolo giallo: una grossa azienda napoletana che produceva reggiseni a prezzi concorrenziali ha chiuso i battenti e licenziato 15 dipendenti. I negozianti che prima acquistavano quei reggiseni a 12 euro l’uno dal produttore napoletano, ora li comprano a 2 euro da un imprenditore cinese che ha messo su una piccola fabbrica a San Giuseppe Vesuviano, comune alle falde del Vesuvio dove risiedono 7-8 mila cinesi (tra regolari e irregolari) su una popolazione di 20 mila abitanti. Da qualche mese il reggiseno è diventato un prodotto cinese: venduto all’ingrosso in un’area espositiva realizzata dentro una mega struttura commerciale alla periferia di Napoli denominata China Mercato, dove i venditori sono solo cinesi e gli acquirenti solo napoletani.

I rapporti d’affari sull’asse Napoli-Pechino sono da boom dell’economia. La Cina, da qualche mese, è il primo paese esportatore nella provincia di Napoli con un valore di 700 milioni di euro circa, seguita dagli Usa con 526 milioni di euro e la Germania con poco più di 400 milioni di euro. Un interscambio commerciale che ha consentito ai cinesi di mettere solide radici nel napoletano, distruggendo quelli che un tempo erano settori trainanti dell’economia vesuviana: tessile e calzaturiero.

Nei primi nove mesi del 2004, le esportazioni dei calzaturifici campani sono diminuite del 15% (attestandosi a quota 132,5 milioni di euro), mentre le importazioni sono cresciute del 55% (raggiungendo i 58 milioni di euro). “Le nostre aziende – spiega Pasquale Pisano, delegato Anci per il Sud (Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani di Confindustria) - sono con l’acqua alla gola. Sui nostri prodotti diretti in Cina gravano tassi doganali che variano dal 27 al 30% mentre le imprese cinesi riescono ad esportare con tassi che variano dal 6 all’8% ricorrendo a sistemi al limite della legalità. Se a questo ci aggiungiamo gli scarsi controlli alla dogana capiamo il perché della crisi di tante aziende”. Anche il tessile, un tempo florido settore dell’economia della Campania, oggi è assediato dalla concorrenza cinese. “In pochi anni – denuncia Luigi Giamundo, presidente sezione tessili e abbigliamento dell’Unione Industriali di Napoli – abbiamo perso circa 30 mila posti di lavoro”. Unico imprenditore napoletano che vede nella Cina una nuova opportunità imprenditoriale da cogliere è Gianni Punzo, presidente del Cis-Interporto di Nola, grande snodo logistico che con Brema divide il primato europeo nel settore della distribuzione. “La Cina non è solo contraffazione, ma anche un grande mercato di produzione che necessità di una industria logistica capace di movimentare le loro merci” spiega Punzo, che nei prossimi giorni ospiterà a Napoli imprenditori e autorità cinesi che gli hanno chiesto di realizzare nella zona franca del porto di Pudong un’organizzazione intermodale di carico e scarico merci sul modello dell’Interporto di Nola.

Napoli, Salerno, Gioia Tauro e Taranto sono diventati approdi privilegiati per i cinesi che, dopo aver abbandonato le rotte del Nord Europa, stanno progressivamente lasciando anche Genova, La Spezia, Livorno e Trieste per trasferire al Sud tutte le loro attività logistiche, di carico, scarico, movimentazione e immissione nella rete di distribuzione europea delle merci. La scelta di stoccare nei porti del Sud Italia tutte le merci (legali e illegali) con le quali poi invadere i mercati d’Europa è dettata da ragioni economiche e logistiche.

Le ragioni economiche sono quelle riportate in uno studio Cescom-Bocconi che evidenzia il risparmio netto di denaro e tempo nello scalare merci a Napoli piuttosto che a Rotterdam. Gli economisti lo chiamano transit-time, i cinesi traducono questo termine inglese in risparmio di tempo e denaro. Ma c’è un altro aspetto, forse più interessante, che favorisce la scelta del Sud: le società di terminal (quelle che accolgono e movimentano le merci) nei porti meridionali sono in buona parte nelle mani degli stranieri. A Taranto comandano le società di Taiwan; a Gioia Tauro i tedeschi di Eurokai controllano la più importante società di terminal container, la Contship; a Napoli l’armatore di Stato cinese Cosco detiene circa l’80 per cento del traffico merci e controlla il 47 per cento della principale società terminalista napoletana, la Conateco; a Salerno scala la China Shipping. Si tratta di vere e proprie enclave economico-commerciali piazzate nel cuore pulsante degli scali portuali che consentono soprattutto alla Cina di avere - a Napoli e in altre città del Sud - enormi depositi o stazioni di stoccaggio dove sistemare le merci prodotte in patria.

Una parte considerevole della merce esportata dall’Estremo Oriente è però falsa, patacche o imitazioni di prodotti europei ed americani. I prodotti falsi provenienti dalla Cina, nel decennio ‘93-2003, sono aumentati del 1700%. La quota di merci contraffatte nell’intero commercio mondiale si aggira tra il 7 e il 9%. Cifre e numeri resi noti dall’Unione industriali di Napoli nel corso di un convegno sulla pirateria e sulla clonazione di merci e prodotti sono allarmanti. La stima dei posti di lavoro persi negli ultimi 10 anni a causa di questo fenomeno è di 270.000 unità di cui 125.000 nella sola comunità europea. Il 70% circa della produzione mondiale di contraffazione proviene dal Sudest asiatico. La destinazione è per il 60% l’Unione europea, per il 40% il resto del mondo. La Cina è di gran lunga al primo posto seguita da Corea, Taiwan e altri Paesi del Far East.

PREMIO GIORNALISTICO ILARIA ALPI 2008


Ancora pochi giorni per partecipare al Premio Ilaria Alpi, quest'anno alla sua XIV edizione. Il termine scade il 5 aprile, alle ore 12. Il bando del concorso è disponibile sul sito internet http://www.ilariaalpi.it/.

IL RACKET DEL PANE NUOVO BUSINESS DELLA CAMORRA


“Colonnello, la camorra siamo noi. Tutti i giorni finanziamo i clan. Appena nati diamo da bere ai nostri figli il latte comprato dai camorristi che gestiscono la rete di distribuzione. Crescendo, mangiamo pane e pasta prodotti, distribuiti e venduti dai clan. La tazzina di caffè che sorseggiamo al bar ce la vende la camorra. E persino quando moriamo ci rivolgiamo ai becchini della mala che ci vendono le bare e ci offrono un bel funerale”. È cominciato così, con questa visione forse un po’ catastrofica di una camorra che accompagnerebbe i napoletani dalla culla alla tomba, il primo colloquio investigativo di Davide Imberbe - imprenditore 35enne, titolare di una catena di supermercati che fattura oltre 20milioni di euro annui e che dà lavoro ad un centinaio di persone - con un ufficiale dei carabinieri di Napoli. Imberbe, sotto scorta perché minacciato di morte, non ha mai voluto accettare il “consiglio” di acquistare il pane da aziende gestite dalla camorra, e perdipiù lo vende nei suoi supermercati ad un euro al chilo, in una città dove il prezzo al consumo oscilla tra i 2 e i 3 euro. “Guadagno anche 50 centesimi ogni pezzo di pane, e me lo posso permettere perché non pago la camorra” s’infervora Imberbe, che agli inquirenti ha spiegato come i costi assurdi del pane vengono imposti dai padrini di un cartello criminale che monopolizzano il mercato direttamente facendo produrre pane a panificatori loro affiliati, indirettamente acquistandolo dai panifici abusivi ad un prezzo bassissimo oppure obbligando i panificatori in regola a venderglielo sotto costo per poi distribuirlo a prezzi maggiorati. Imberbe ha fornito agli inquirenti i nomi dei camorristi che gestiscono il mercato del pane, ha indicato i luoghi dove producono centinaia di quintali di pane sfruttando manodopera di clandestini, ha svelato i metodi di intimidazione mafiosa usati per indurre i proprietari di negozi ad acquistare pane solo dall’organizzazione criminale ed ha spiegato come quei commercianti ambulanti domenicali che vendono pane per strada, nei cofani delle auto, altro non sono che disperati a cui la camorra dà un lavoro captandone dunque il consenso. Insomma, il prezzo del pane che arriva sulle tavole dei consumatori non sarebbe determinato da leggi di mercato ma dalla volontà dei padrini della camorra che controllerebbero la produzione di parte dei 1200 panifici legali presenti a Napoli e in provincia, e direttamente metterebbero sul mercato le centinaia di quintali di pane lavorato negli altri 2200 panifici illegali censiti, di proprietà di personaggi in odore di camorra o comunque di soggetti sconosciuti al fisco. Altri due imprenditori del settore avrebbero deciso di seguire l’esempio di Imberbe e di dare una mano alla giustizia denunciando soprusi subiti e proposte di entrare in affari con i camorristi non accettate. Una prima conferma alle dichiarazioni dell’imprenditore che collabora con la giustizia viene già dalla Provincia di Napoli. L’assessore all’agricoltura, Francesco Emilio Borrelli, e il segretario della Commissione bicamerale Antimafia Tommaso Pellegrino, entrambi Verdi, hanno consegnato al comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, il colonnello Gaetano Maruccia, una dettagliata denuncia sull’esistenza di circa mille forni illegali nel Napoletano dove si produce pane. Le segnalazioni - anonime - sono arrivate al numero verde 800343435 istituito dalla Provincia per segnalare qualunque forma di illegalità. Ebbene dopo i primi controlli avviati nel mese di ottobre e ad inizio novembre, i carabinieri hanno chiuso più di 300 panifici perché privi di qualunque autorizzazione.
“Il business illegale del pane – spiega l’assessore Borrelli – porta nelle casse delle organizzazioni criminali più o meno mezzo miliardo di euro annui solo a Napoli. In pratica, come testimoniano studi di settore che abbiamo fatto, parliamo di un affare che è secondo solo al traffico di droga”.
I panificatori onesti, quelli che subiscono imposizioni mafiose piuttosto che le leggi di mercato, hanno deciso una protesta choc: il 18 o 25 novembre regaleranno il pane proprio nel giorno in cui la camorra fa maggiori affari vendendolo per strada. I panificatori legati ai camorristi, invece, spiegano gli inquirenti che ne monitorano i comportamenti illegali, stanno preparando una clamorosa protesta contro la dura repressione dei carabinieri: uno sciopero con corteo a Napoli. Come fecero i contrabbandieri nel febbraio del ‘94 per contestare contro le nuove norme più dure contro il contrabbando.
Altra conferma del controllo criminale del mercato del pane, viene sempre da una denuncia inviata dalla Provincia e da alcune associazioni dei consumatori all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato circa l’aumento anomalo ed ingiustificato dei prezzi di generi alimentari di prima necessità segnalati dai cittadini. Delle tremila segnalazioni, circa il 90 per cento, sono relative ad aumenti improvvisi ed ingiustificati del prezzo del pane nel mese di ottobre. E’ il segnale che dopo la chiusura dei forni abusivi, i clan hanno alzato i prezzi al consumano del pane.

NON SOLO DIOSSINA, MOZZARELLE DI BUFALE ALLEVATE CON ANABOLIZZANTI


E' l’ultima inquietante scoperta in materia di sofisticazioni alimentari. La mozzarella prodotta con latte delle bufale dopate è finita nei laboratori del ministero della Salute per verificare fino a che punto può essere nociva per la salute dell’uomo. La sostanza dopante veniva importata in quantità industriale illegalmente dalla Corea del Sud, dalla Spagna e dall’Albania da una organizzazione criminale del Casertano, ritenuta dai carabinieri del Nas di Napoli contigua alle cosche camorristiche dei Casalesi.Potrebbe essere proprio l’adulterazione di cibi genuini come la mozzarella esportata in tutto il mondo, la nuova frontiera dei business della camorra, come emerge dall’inchiesta dei magistrati della direzione distrettuale antimafia di Napoli che ha indagato 36 persone, tra allevatori di bufali, veterinari, titolari di depositi farmaceutici e corrieri che facevano arrivare in Campania clandestinamente le sostanze nocive.I carabinieri hanno sequestrato non solo una grande quantità di farmaci dopanti per uso umano e veterinario per un valore di oltre 5 milioni di euro, ma anche 9 allevamenti con 1500 capi bufalini, da latte e da macellazione, che resteranno sotto sorveglianza sanitaria per capire quali danni possano aver subito dalla somministrazione delle sostanze anabolizzanti.

Ultimissime

IL TESORO DEI CASALESI TROVATO DALL’ANTIMAFIA IN TRANSILVANIA

Sono due fratelli. Sono  originari di Aversa, bellissima città che conobbe i suoi fasti in epoca di dominazione normanna. Si chiamano Nìcola...