sabato 29 marzo 2008

L'ESERCITO DEI BIMBI SCHIAVI "ACQUISTATI" A CALARASI

È un esercito di piccoli schiavi, dalla faccia sporca e dai begli occhi sofferenti, quello che stringe d’assedio i vicoli del cuore di Napoli. Sono i bambini rumeni di Calarasi che chiedono l’elemosina ai semafori, davanti ai ristoranti, ai cinema, sul lungomare. Vanno ad aggiungersi ai ragazzini nomadi, nordafricani e ai muschilli napoletani. Un esercito di creature senza infanzia che da mesi hanno eletto Napoli a loro città adottiva. Bambini che ogni tre mesi vengono riportati in Romania dai loro genitori per farsi rinnovare il visto di uscita, per poi ripartire e ricominciare per le strade di Napoli le stazioni del calvario di questi piccoli schiavi.
Lavorano dodici ore al giorno agli angoli delle strade sotto lo sguardo attento di mamme, papà o gente che quando vengono fermate dalle forze dell’ordine si qualificano loro genitori. Bimbi che alimentano l’industria della disperazione, che quotidiananente vengono costretti a tendere la mano agli automobilisti o ai passanti, ad elemosinare e fare accattonaggio. Chi li sfrutta, chi prende i soldi guadagnati da questi bambini sono quelli che li sorvegliano a distanza quando “lavorano” ai semafori, sono quelli che li «addestrano», gente che sa che quei piccoli rumeni valgono tanto oro quanto pesano. Uno di quei muschilli di Calarasi “guadagna” molto di più di un adulto lavavetri. Ai semafori, oramai, ci sono solo loro, con stracci o spugnette logore e luride con cui simulano di lavare i fari perché sono troppo piccoli per arrampicarsi fino al parabrezza.
A Napoli questi bambini vivono assieme ai genitori o ai presunti genitori in campi improvvisati, che spuntano come funghi alla periferia della città. C’è un campo al rione Traiano (già bruciato una volta da ingoti), un altro campo in via Cinthia, a pochi passi dallo stadio San Paolo, in un fossato tra un distributore di benzina e una centrale di trasmissione Enel. Un altro campo a Ponticelli, abbandonato dalla gente di Calarasi e bruciato sempre da ignoti. Sono capanne fatte con stracci e cartoni, costruite intorno ad una casa-catapecchia in legno che domina quasi sempre sul campo ed è abitata dal capo della comunità o comunque dalla persona più influente (una specie di capo tribù), che raccoglie i soldi (e ne decide la destinazione) e che dà indicazioni sui luoghi da presidiare, sugli incroci dove mandare i bambini o su come addestrarli a chiedere soldi, ad essere più convincenti a toccare il cuore dei napoletani. Gli investigatori napoletani che stanno monitorando il fenomeno da alcuni mesi, per cercare di verificarne alcune implicazioni criminali, nei loro rapporti investigativi scrivono che “a giugno c’erano in città circa 200 bimbi”, mentre “oggi ce ne sono tra Napoli e il suo hinterland ufficialmente più di 400, anche se alcuni comuni toccati da questo fenomeno dei bimbi schiavi (Napoli, Caserta, Pozzuoli, Giugliano in Campania) ne stimano oltre un migliaio”.
Le fonti investigative sono molto avare di notizie, perché le indagini in corso non sono indirizzate esclusivamente verso il fenomeno dell’accattonaggio o delle elemosina o comunque dello sfruttamento di questi bambini per questi fini, ma si spingono anche in direzioni molto più gravi e raccapriccianti: pedofilia e persino traffico di organi.
Quello che emerge da due distinte inchieste promosse dall’Ufficio minori della questura di Napoli e dalla Squadra Mobile della questura di Caserta è che i bambini e i presunti genitori o parenti provenienti da Calarasi non sono clandestini, ma arrivano regolarmente in Italia, passando la frontiera e mostrando il passaporto (si cerca di capire come è possibile che alla frontiere una persona riesca ad entrare ogni tre mesi con figli che hanno nomi semore diversi). A portarli in Italia, alla modica cifra di duemilacinquecento euro, ci pensano quelli che loro chiamano “tassisti: questo denaro verrà restituito dopo una decina di giorni di “lavoro” dei bambini ai semafori. I guadagni degli altri giorni che restano a Napoli (fino alla scadenza del soggiorno) serviranno al loro sostentamento in Romania. Sono molto attenti a rientrare entro i tre mesi previsti, perché temono che il loro Stato non conceda mai più l’opportunità di espatriare. Chi sono questi tassisti? Che cos’altro trasportano dalla Romania all’Italia? Sono parte di un’organizzazione criminale dell’Est? Uno dei filoni più importanti dell’inchiesta è quello che tende ad accertare e reprimere eventuali reati di pedofilia. A Caserta, invece, il capo della squadra mobile, Olimpia Abbate, una donna molto attenta al fenomeno dello sfruttamento dei minori rumeni, qualche giorno fa ha arrestato tre immigrati rumeni alloggiati in campi nomadi della provincia di Napoli (sono i campi di Caivano e Giugliano), con l’accusa di maltrattamenti e violenza privata nei confronti di quattro bambini (tre maschietti e una femminuccia) costretti a chiedere l’elemosima ai semafori della città di Caserta. I tre arrestati provenivano tutti da Calarasi. Attraverso foto e filmati realizzati dalla Digos del capoluogo casertano, è stato accertato che i bambini dovevano consegnare subito i soldi agli adulti nascosti nei pressi dei semafori. Ora i poliziotti hanno chiesto collaborazione alla polizia e delle autorità consolari rumene per cercare di capire il percorso per l’ingresso dei bimbi in Italia e comprendere se esiste qualche organizzazione criminale che oltre a trasportare questi disperati nel Belpaese li sfrutta anche. Per ora, però, da Bucarest non c’è stata ancora una risposta alle tante domande poste dagli investigatori casertani. Ma la preoccupazione delle forze di polizia, è quella che i bambini di strada di Calarasi possano finire nella rete di pedofili o malintenzionati. Ci sono adulti che non riescono infatti a tenere il controllo di tutti i figli (o presunti tali) sguinzagliati in punti diversi di una strada o di una piazza. Per cui un malintenzionato potrebbe avere campo libero. A Napoli, per ora, ad assistere questo esercito di disperati ci pensa il Comune. Oltre un centinaio vengono ospitati presso un Centro di Accoglienza (quartiere di Soccavo), dove possono mangiare e se vogliono anche dormire. Ma molti adulti preferiscono evitare le cure del Comune perché temono che qualcuno possano togliergli i bambini e innescare così un iter giudiziario lunghissimo e dolorosissimo.

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