MARIJUANA E HASHISH, IL GRANDE AFFARE DELLA CAMORRA SUI MONTI LATTARI








Ragioniamo per un attimo usando come metro di giudizio non la morale ma i soldi. Anche perché il mondo di cui parliamo non conosce né legge né morale. Proviamo a capire quale tipo di economia alimentano i narcotrafficanti di casa nostra e quanto è redditizia la produzione e la commercializzazione quasi in regime di monopolio da parte di alcuni clan di hashish e marijuana a chilometro 0 ovvero droga prodotta in quantità industriale con la coltivazione delle piante di cannabis praticamente a casa nostra.  
Forse è risaputo, forse per qualcuno o tanti è una scoperta, di sicuro parliamo di una impresa criminale fiorente, con fatturati da capogiro, in continua ascesa commerciale e soprattutto parliamo di una droga che gode di buona stampa ovvero di scarsa attenzione mediatica. Un sequestro di una tonnellata di marijuana con arresti di spacciatori vale una breve in cronaca quando c’è spazio sul giornale di carta o sul web o in tv. Analoga notizia di un carico di cocaina intercettato da una forza di polizia diventa spesso stupefacente occasione per il cronista di turno di dare fondo all'epica dei cartelli dei narcos sudamericani, dei loro boss sanguinari e ricchisfondati che muovono miliardi di dollari nel mondo dell'economia globalizzata, pagano eserciti di paramilitari, corrompono inquirenti, ministri e anche capi di Stato, controllano intere regioni e popolazioni di paesi come il Messico o Perù o Colombia dove coltivano la pianta di coca. Insomma il sequestro di cocaina e gli arresti eseguiti dalle nostre parti rimane sullo sfondo di approfondimenti di questioni criminali che se e quando esistono davvero si riferiscono a fatti che accadono dall'altra parte del mondo e non nel nostro piccolo mondo che è anche in questo caso un mercato di distribuzione e non di produzione. Per cui spesso sappiamo di più delle gesta di Chapo Guzman o di Pablo Escobar, poco o nulla del clan Afeltra o della famiglia De Martino o dei D'Alessandro, tanto per fermare l'attenzione su organizzazioni criminali poco conosciute che agiscono in un territorio - tra il Faito e i Monti Lattari - dove le foglie di cannabis costituiscono una economia (fatte le debite proporzioni sul suolo utilizzato) importante quanto quella alimentata dalle foglie di coca in Sudamerica. Dalle nostre parti giornalisti e analisti di fenomeni criminali ed economie criminali siamo tutti più o meno specializzati o specializzandi in cocainismo. Abbiamo letto e scritto articoli, reportage, inchieste e libri sulla cocaina,  di cui sappiamo (o pensiamo di sapere) più o meno tutto: da dove la importano le mafie italiane, dove e come la commercializzano, perché è scoppiata la sanguinosa faida di Scampia con decine di morti e chi e come e quando in Italia intrattiene rapporti diretti con i capi dei cartelli dei narcos sudamericani. La coltivazione della cannabis evoca invece  il consumo di una canna, uno spinello fumato in compagnia, un nostalgico ritorno a Woodstock con un po' di buona musica rock e sballo  per quelli più anzianotti. Ecco, vorrei ragionare con voi invece su un'altra visione della cannabis, su un mondo criminale spietato come quello che si cela dietro la cocaina, su una economia criminale redditizia quanto quella della cocaina e che gode però di un regime di controlli e forme di repressione assai blandi, costi di produzione assai contenuti, rischi nella commercializzazione scarsi o quasi nulli. Ho potuto seguire per qualche settimana - grazie ai carabinieri di Napoli - quel che accade nel mondo della cannabis e confesso che ne sono rimasto sbalordito, stupefatto. Anche, lo dico senza falsa modestia, della mia ignoranza. Sui Monti Lattari come sul Faito, ad esempio, ci sono oramai decine di contadini e pastori che hanno scoperto essere non più redditizio coltivare pomodori o pascolare ovini da latte. La loro perfetta conoscenza di queste montagne impervie oramai la sfruttano per occuparsi di semina e raccolta della pianta di cannabis. Ognuno di loro riesce a gestire in zone inaccessibili per noi umani che viviamo a poche decine di chilometri dalle loro case piccoli microlotti di terreni dove si piantano e si curano le piante di cannabis. Hanno il know-how per fare tutto e bene. Fanno crescere le piante fino ad una altezza di 4 metri. Da aprile a giugno ne curano la crescita, poi fino a ottobre ne raccolgono i frutti: le foglie e i rami più morbidi.
Dall'essiccamento delle foglie di cannabis si ricavano le stecche di marijuana,  dalla triturazione dei rami e dalle resine della pianta si produce hashish. Buono, cosi dicono i consumatori che lo preferiscono a quello importato da Olanda, Spagna, Marocco o Balcani. Tutto questo lo si fa su terreno demaniale (la montagna è del Demanio), in casolari o baracche sempre ben mimetizzate tra i valloni dei monti che sovrastano Castellammare di Stabia e dove si inerpicano paesi e villaggi come Pimonte o Gragnano o Lettere. Fatte sempre le debite proporzioni, ai coltivatori di cannabis dei Lattari che in gergo poliziesco chiamano cannaberos (sono l'equivalente dei cocaleros Sudamericani) vanno sicuramente molti più soldi di quanto incasserebbero se facessero il loro onesto mestiere di contadini o pastori, ma pur sempre le briciole rispetto al business finale della marijuana e dell'hashish. Perché è dall'analisi della vendita al dettaglio della droga che possiamo capire quanto sono importanti gli introiti dei narcotrafficanti di casa nostra. A loro frutta dieci euro a grammo la marijuana. La filiera del narcotraffico sui Monti Lattari è assai florida, fa vivere bene decine di famiglie, quelle che un tempo si occupavano di pastorizia e agricoltura. E soprattutto fa ingrassare alcuni clan della camorra che incassano e reinvestono nell'economia legale decine di milioni di euro. La storia recente del business della cannabis sui Monti di fronte Napoli sono la storia della più colossale sottovalutazione di uno dei business più redditizi delle mafie campane. Mafie che oramai hanno avviato la produzione e la commercializzazione su larga scala in Campania e nel Sud Italia di fiumi di hashish e marijuana a km 0. Per far capire quanto è lucroso l'affare per i narcos di casa nostra, vi fornisco un dato ufficiale dei solo carabinieri.Tra giugno e luglio del 2016  nei soli comuni di Lettere, Gragnano, Casola di Napoli i militari dell’Arma hanno sequestrato 10 piantagioni di cannabis e distrutto 24.500 piante. Il valore di mercato della droga distrutta sul posto è di circa 250 milioni di euro. Una sola pianta di cannabis produce marjuana e hashish che nelle piazze di spaccio vale oltre 10 mila euro. Fate un po’ di conti e capirete di che cosa parliamo. 
Dietro questo mercato ci sono famiglie mafiose all’apparenza sconosciute, forse ancora considerate da taluni bande rurali, sulle quali per fortuna magistrati intelligenti e eccellenti investigatori dell’Arma hanno drizzato le antenne. Questi clan stanno inondando di droga il mercato campano e del sud Italia. Non solo, affinano anche le tecniche di coltivazione della cannabis. Hanno a disposizione agronomi bravi. Ed è grazie alla ricerca applicata al crimine nel mondo della cannabis che hanno prodotto in natura una pianta con un contenuto di cannabinolo assai superiore alla norma. Da questa pianta molto più forte e resistente, meno alta di quella normale, che però cresce sui Monti Lattari, dove ci sono condizioni meteo ottimali, e cioè ventilazione, umidità e tanto sole, si produce l’Amnesia o supermarjuana. La droga prodotta con la pianta di canapa geneticamente modificata, coltivavate anche in condizioni di luce e di fertilizzazione particolare. Il  thc (il principio attivo della cannabis, quello che procura lo

sballo) è anche 20 volte più pesante della marijuana normale. Domanda: ma questi clan di cui poco sappiamo, dove mettono i soldi? Ecco, seguire il profumo dei soldi serve a capire quali sono le nuove frontiere del crimine organizzato nella nostra regione e nel nostro Paese. Decine di milioni di euro finiscono nell’economia legale. Decine di milioni di euro vengono investiti in attività lecite. Tra un po’ sapremo anche dove e con chi i narcos di casa nostra facevano e fanno affari milionari. Nel frattempo, noi giornalisti, facciamo più attenzione all’economia criminale che gira intorno alla cannabis. Non quella che coltivano sul balcone i fumatori di cicoria ma quella che viene coltivata in montagna e nelle serre in Campania, sulla Sila e sull’Aspromonte in Calabria, nelle serre in Sicilia. Ricordate? Poche settimane fa un carabinieri fu ucciso da un coltivatore di cannabis in Sicilia. 

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