MEGLIO MORIRE DA NAPOLETANI VERI CHE VIVERE IN UN CALIFFATO DELLA CAMORRA

Davide Bifolco non è diverso da qualunque altro napoletano e non merita più o meno rispetto di qualunque altro napoletano. Se il carabiniere che ha sparato l’ha fatto o meno accidentalmente lo stabilirà un giudice. Se ha sbagliato è giusto che paghi. Ho scritto la cosa più banale di questo mondo e domando scusa. Questa storia però mi induce a fare una riflessione. Come sempre la faccio da napoletano, a prescindere dal mestiere che faccio e dal mio ruolo, ammesso che ne abbia uno, in questa città. 
C’è una stragrande maggioranza di napoletani che dolosamente continua a delegare ad altri, che non ne hanno delega e nemmeno la rappresentanza, la rappresentazione di una Napoli sprofondata nel medioevo. Un ragazzino ucciso, rivolte di piazza, uomini in divisa costretti a non entrare in un quartiere, le foto di questo ragazzino ucciso esibite (non finite per caso) sul web e sui media che fanno il giro del mondo, spesso accanto o subito dopo le immagini e le notizie delle decapitazioni dei tagliagole dell’esercito del Califfato Islamico tra Siria e Iraq. Questo è il racconto di Napoli all’estero in questi giorni. Domanda: ma Napoli è realmente questa? Davvero stiamo rappresentando la realtà? E se non si riesce a fare un buon racconto di Napoli, a rappresentarla nella sua drammatica contraddittorietà la colpa di chi è?
Uccidono un carabiniere a Napoli? Se l’è cercata! Faceva parte dei rischi del suo mestiere. Sparano addosso a due poliziotti, solo il caso vuole che non facciano ritorno a casa in due bare? È andata bene, la prossima volta staranno più attenti! Uccidono un tabaccaio, un salumiere, un ragazzino, un disoccupato, una bambina, un giornalista? La solita canea di pseudo intellettuali napoletani (sempre gli stessi) richiesti di un parere dai loro paria si abbandonano a pontificazioni,  discettazioni e concludono sempre con quell’espressione idiota “era al posto sbagliato nel momento sbagliato”. Ma c’è forse un posto giusto dove stare per non essere uccisi dai camorristi pur non avendo nulla a che fare con questa feccia che da due secoli sopportiamo senza far nulla o quasi nulla per seppellirla?
Solo a Napoli ci sono 160 vittime innocenti della camorra (preti, giornalisti, disoccupati, padri, figli, madri, sorelle). Qualcuno per caso ricorda rivolte di un’intera città, presidi sotto casa dei camorristi, blocchi stradali, sit in nelle strade dove i camorristi fanno i bello e il cattivo tempo e cartelli che inneggiano allo Stato? Io ricordo qualche manifestazione di Libera. Ricordo altre organizzate da istituzioni o partiti. Insomma merce rara la rappresentazione di una città pulita, orgogliosa e onesta che dice no alla camorra. Uccidono una persona perbene? Non c’è un testimone. Nessuno vede nulla. A Rione Traiano ci sono decine di testimoni oculari alle 3 di notte che hanno visto un carabiniere puntare al cuore e sparare per uccidere quel ragazzino. Siamo sempre lì ad assistere a certa feccia che oramai si è auto-assunta la delega a rappresentare Napoli. Tra quelli che per strada al Rione Traiano scandivano slogan contro i carabinieri assassini (una istituzioni che compie 200 anni e che è forse tra le poche cose serie che ci son rimaste in questo Paese) c’era di tutto: i parenti del ragazzo (e va bene, è comprensibile), la gente del quartiere (e va bene, si sentono abbandonati) ma poi una galassia di protestatari, professionisti della piazza in servizio permanente effettivo che cercano sempre l’occasione giusta per destabilizzare o regolare qualche conto con chi indossa una divisa. Quella gente (quelle poche centinaia di persone) rappresentano Napoli? No, sono una minoranza. Ma loro, quelle persone che rappresentano Napoli come se fosse Aleppo, Erbil o altre città siriane o irachene dove s’è insediato il Califfo Al Bagdadi, sono l’immagine di Napoli all’estero e in altre parti d’Italia. Così siamo costretti a sorbirci la vocina stridula di quel grande giornalista savoiardo impartirci lezioncine di morale e di civiltà dal palchetto del telegiornale affidatogli dal suo padrone. Dobbiamo abbeverarci alle analisi generali e dunque banali del signor Senaldi che da Libero (?) pretende di spiegare Napoli guardando a quelle poche centinaia di facinorosi. Dobbiamo sopportare decine di paternali e reprimende su Napoli e la napoletanità da parte di chi questa città l’ha incontrata solo nei suoi pregiudizi personali. 
Di chi è la colpa di tutto ciò? Di quella feccia che ci rappresenta? No di certo. La colpa è di quella borghesia nera e grigia che a Napoli mangia, fotte e desidera, si barrica nelle sue case nei cosiddetti quartieri bene, alimenta la logica dei fortini e delle enclave, fa a volte affari con i camorristi e ne sopporta certi miasmi, massimalismi o effervescenze criminali. Poi c’è la stragrande maggioranza dei napoletani stanchi, quelli che guardano, leggono, si fanno i cazzi loro, non dicono nulla, osservano Napoli come fosse altro da loro, una città lontana, un luogo dove altri fanno e disfano. Ecco, a questi morti viventi, a questi zombie che continuano a tacere davanti allo scempio della loro città, davanti alla devastazione della loro società, davanti alla distruzione del futuro dei loro figli dico: sveglia, Napoli è vostra. Non abbassate mai lo sguardo davanti alla feccia della società. Meglio morire una volta sola che morire tutti i giorni assistendo a questo scempio. Meglio morire a Napoli da Napoletano che nel Califfato della camorra. Napoli ce la può fare. Napoli ha bisogno di se stessa. Nessuno può e deve venire da fuori a salvarci.
Forza Napoli. Viva Napoli.  


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