GIORNALISTI, CANI DA GUARDIA DEL POTERE O CANI DA SALOTTO DEI POTENTI? L'ITALIA RACCONTATA ATTRAVERSO BANALITA' E LUOGHI COMUNI

Possiamo anche noi dire, come in America, che il giornalismo è il cane da guardia del potere? O siamo un po’ il cane da compagnia, da salotto o peggior ancora da riporto?.
Come raccontiamo il Sud, le città del Sud? Che cosa leggiamo sui giornali di questo pezzo d’Italia? Che cosa vediamo in tv, nei telegiornali, nei programmi di approfondimento, giornalistici e non, del Sud del nostro Paese? Quali sono i network informativi nazionali e internazionali che raccontano stabilmente quello che accade a sud di Roma? Perché un giornale o un telegiornale internazionale quando si occupano di vicende che riguardano il Sud usano sempre l’espressione generica di Southern Italy e mai fanno riferimento al luogo in cui quel fatto è accaduto?

L’informazione pubblica e quella privata di rilevanza nazionale e internazionale quanto investono, se investono, in termini di risorse umane e tecnologie per meglio spiegare, far conoscere sogni e bisogni, incubi e speranze di queste terre bellissime, ricchissime di storia, di cultura, e al tempo stesso disperate, depredate, occupate dal crimine in un Paese che vede sempre più alcune regioni come una palla al piede, o peggio una metastasi di questo Paese?
Vi ricordate che cosa disse qualche tempo fa un ministro di Governo?  “Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l'Italia sarebbe il primo Paese in Europa”.  Non pago di questo spiacevole infortunio aggiunse che la “conurbazione” Napoli – Caserta è «un cancro sociale e culturale. Un cancro etico, dove lo Stato non c'è, non c'è la politica, non c'è la società». Alla luce delle inchieste sulla cosiddetta Terra dei Fuochi suggerisco all’ex ministro di considerarlo anche una zona dove si muore di cancro a causa dei rifiuti tossici e nocivi che certe aziende criminali del Nord hanno affidato ai camorristi. Era il settembre del 2010, non un secolo fa.
Ma suali sono gli argomenti che suscitano maggiore interesse in Italia nei direttori dei giornali su quanto accade oltre il Garigliano? E quanto di quello che si racconta del Sud diventa poi oggettivamente argomento di dibattito nazionale, arriva nelle sedi istituzionali che contano? Se in Italia non si parla più di Mezzogiorno, di Sud, ma si discetta oramai stabilmente di questione settentrionale, un po’ di responsabilità è da addebitare anche a chi si occupa di informazione oppure le uniche colpe sono quelle addebitabili ad una classe politica e dirigente non all’altezza, incapace, spesso connivente, convivente, collusa con la mafia o le organizzazioni criminali in genere?
E per continuare, vi siete mai chiesti per quale motivo i giornalisti italiani assassinati in ragione del loro lavoro e quelli costretti a vivere scortati perché braccati e minacciati di morte dalle mafie sono tutti nati al Sud, lavoravano al Sud e sono stati uccisi al Sud, peraltro sempre con modalità brutali? “Omicidi pedagogici” avrebbe detto Giovanni Falcone, assassinato in maniera brutalmente pedagogica anche lui. Uccidi uno per insegnare a tanti cosa non fare o cosa non dire.

Devo ricordarvi forse le figure di cronisti come quelli de “L'Ora“ e del “Giornale di Sicilia“ Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato,  Mauro De Mauro e Mario Francese negli Anni Settanta e Ottanta? Devo forse rammentarvi il ruolo di Giuseppe Fava, fondatore del settimanale I Siciliani? Qualcuno ha forse dimenticato l’opera di Mauro Rostagno (redattore di una tv privata) ucciso nel 1988 o il lavoro di denuncia di Giuseppe Alfano del quotidiano “La Sicilia“ o il coraggio civile di Peppino Impastato, sindacalista, dilaniato da una esplosione, che dai microfoni di una radio denunciava gli affari mafiosi della borgata di Cinisi? E per parlare di noi, di Napoli, è ancora vivo nel nostro ricordo il dolore immenso per l’omicidio di Giancarlo Siani,  ucciso sotto casa sua al Vomero il 23 settembre del 1985! E che dire di Roberto Saviano, Giovanni Tizian, della stessa Rosaria Capacchione, oggi senatrice, costretti a vivere braccati perché la camorra e la ‘ndrangheta vogliono ucciderli per la loro opera di divulgazione e denuncia del malaffare mafioso in questo Paese?

Grazie a questi giornalisti che hanno pagato con la vita l’amore per la professione, l’averla interpretata nella maniera migliore, io credo di poter dire che il Sud e certe realtà del Sud, sono sempre state case di vetro. L’informazione ha sempre fatto il proprio dovere. Non sempre le informazioni raccolte sono poi finite nel circuito mediatico giusto e cioè hanno avuto l’eco che meritavano. Potrei farvi tanti esempi ma credo sia a conoscenza di tutti quanti che il clan dei Casalesi prima ancora che fosse pubblicato il libro Gomorra non era una cosca mafiosa di sconosciuti. Erano sconosciuti alla grande stampa, non ai giornalisti di questa regione.

L’intreccio tra informazione e potere è stato da sempre un tema molto dibattuto, soprattutto se si mettono a confronto la stampa italiana e quella estera, le quali hanno un’idea di contropotere molto differente. Ecco l’informazione nel nostro Paese è alquanto anomala. Racconta un Paese che non c’è nella realtà. L’informazione, non tutta per carità, ma buona parte, una parte che conta, che fa opinione, quella che promana da alcuni gruppi editoriali che hanno testa e cuore a Milano, a Torino o comunque non al Sud, mostra il volto di un Mezzogiorno quasi cadavere, economicamente, socialmente e politicamente morto. L’informazione nel nostro Paese è sistematicamente organizzata, strutturata per una narrazione sempre più semplicistica,  sempre più noir o rosso sangue se volete di quello che accade sotto il Garigliano. A guardare i telegiornali delle tv generaliste, e a leggere i giornaloni nazionali, abbiamo sempre più l’impressione, qualcuno dice la certezza, che c’è una buona fetta di colleghi giornalisti quotidianamente impegnati, scientificamente indaffarati a inverare certa letteratura falsa e immorale che vuole il Sud come un cancro dal quale è difficile, forse impossibile da guarire. Un male che sta infettando l’Italia.

A volte ho come l’impressione che molti di noi giornalisti, più o meno inconsapevolmente, più che raccontare certe realtà le narriamo alla luce di luoghi comuni e banalità e ne diamo una visione molto sfocata, parziale, distorta. Ancora oggi, e siamo nel 2013, la vulgata comune ci spiega che le 4 organizzazioni criminali italiane più pericolose (Mafia, Camorra, Ndrangheta e Sacra Corona Unita) sono insediate al Sud, infestano le solite 4 regioni.

Guai a dire la verità: che la mafia è al Nord, che i mafiosi sono a Milano, la ‘ndrangheta a Torino, i casalesi in Emilia e Toscana, che questi signori che oramai non hanno manco più il nostro accento, la nostra inflessione dialettale meridionale, hanno rapinato risorse al Sud devastando territorio, tessuto economico e sociale e che ora vestono sartoriale (senza offesa per i sarti) e hanno i loro uffici dalle parti di largo Corsia dei Servi o piazza Affari a Milano dove investono fiumi di denaro. Se dici la verità sei fuori dal sistema. Potrei parlarvi ancora della camorra, della mafia, della ‘ndrangheta e delle altre mafie straniere (ci sono anche quelle) che oramai hanno due piedi nell’Italia che conta economicamente, cioè quella del Nord. Ma a che serve?  La vulgata comune è che questa feccia è al Sud. Che il Nord è immune da questo cancro. E che anzi è il Sud che rischia di inquinare il Nord. Ora senza scadere in valutazioni sociologiche, che non mi competono e che non sono manco capace di fare,  ma volendo solo parlare di soldi, di sghei come dicono al Nord, mi sapete dire che cosa ci farebbe la mafia al sud? La Mafia va dove ci sono i soldi! La mafia investe soldi! Come le altre organizzazioni criminali. E dove li va a investire? Dove ci sono fabbriche, industrie, servizi, banche, finanziarie, società di capitali. La mafia investe al nord. Li investe in Borsa, a Milano, investe grandi capitali, nasconde risorse importanti, diluisce somme considerevoli in finanziarie, lava denaro sporco in società di capitali, intesta patrimoni, tesori a prestanome, teste di legno per nascondere ovviamente il frutto del crimine. Quindi la mafia drena risorse al sud e li porta al nord oppure in Svizzera oppure in Spagna o a Dubai o altrove.  E non sto dicendo nulla di nuovo. Quello che vi dico sono notizie contenute in atti di indagine, sentenze di tribunali di tutt’Italia, del Nord e del Sud.
Però il Sud è il cancro. Il Sud è la mafia. E al nord va tutto bene. Con questa informazione stiamo perdendo l’Italia. Con questo modo di narrare l’Italia rendiamo un servizio pessimo alla collettività.
Vi faccio alcuni esempi di narrazione parziale, non veritiera, poco attenta (e spero in buona fede) del nostro Paese.
Beccano 100 truffatori in Campania (falsi braccianti agricoli). Conferenza stampa. Pagine di giornali, prime notizie di cronaca nei tg generalisti e non. Ne denunciano 230 in pianura Padana: tre righe in cronaca sui quotidiani locali.  La Terra dei Fuochi.  La camorra ha inquinato falde acquifere, insozzato la terra, creato le condizioni per far passare i metalli pesanti di rifiuti tossici e nocivi interrati nella catena alimentare. Per anni è stato un problema nostro, del Sud, della Campania. Per anni questo dramma l’hanno nascosto. E oggi si cerca di impedire un’operazione verità che la stampa dovrebbe incaricarsi di portare avanti. La camorra era il vettore dei veleni. La camorra faceva soldi a palate con i veleni. I camorristi che hanno fatto il lavoro sporco sono i Casalesi. Ma questi veleni da dove arrivavano? Chi li affidava ai camorristi? Chi pagava i camorristi? E questi signori sapevano dove finivano i loro veleni? Ecco, a queste domande non vogliono rispondere. Perché se rispondiamo a queste domande roviniamo la narrazione dominante. E cioè quella che vuole che la colpa sia della camorra e che ora a rimettere a posto l’immane disastro devono essere quelli del Sud che non hanno vigilato. Tutto questo a tacere della profonda ingiustizia di certe campagne di stampa che lungi dal raccontare la verità hanno solo mirato a fare a pezzi l’immagine complessiva dei prodotti agricoli campani, non quelli coltivati in quella minuscola zona ….
Ma potremmo parlare delle periferie metropolitane del sud che non sono tanto diverse da quelle del Nord benché ricevano una attenzione spesso morbosa. Tolta Scampia dove c’è una faida criminale in atto da anni io non saprei dire in che cosa sono diversi quartieri come Quarto Oggiaro e Baggio rispetto al Bronx di Ponticelli o al Cep di Palermo.
Potrei parlare della cosiddetta casta della politica. Esempio: in regione Campania ci sono decine di indagati perché sperperavano denaro pubblico. Sì, è vero. In Lombardia? In Liguria? In Piemonte? Di che cosa vogliamo parlare?  Stesso malaffare, anzi ruberie anche peggiori. Ma diversa attenzione. 
Ci sono tantissimi esempi di narrazione sfocata del nostro Paese. Di giornalismo impegnato a inverare verità preconfezionate piuttosto che a cercare sul serio quelle spiacevoli.


Commenti

Francesco Irace ha detto…
Hai tutta la mia stima!

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