IMPRENDITORE COLLABORA CON LA GIUSTIZIA E SVELA COME I CASALESI SMALTISCONO RIFIUTI TOSSICI PROVENIENTI DAL CENTRO-NORD: SEQUESTRATE 8 DISCARICHE


Nelle discariche del Napoletano e del Casertano, oltre a milioni di tonnellate di sacchetti della spazzatura, con la benedizione del clan dei casalesi, arrivava di tutto: rifiuti ospedalieri, quelli delle sale operatorie, rifiuti cimiteriali come le vecchie bare. E poi batterie esauste, pneumatici e persino veicoli utilizzati per commettere delitti. Ma il vero affare era lo smaltimento, a costi competitivi, dei rifiuti industriali provenienti dal centro nord. Smaltimento che, come hanno evidenziato gli investigatori, avveniva "con reciproca convenienza delle parti", senza alcuna tutela per l'ambiente. Gli agenti della squadra mobile di Caserta e i militari della Guardia di Finanza, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, hanno sottoposto a sequestro probatorio otto discariche poste al confine tra le province di Napoli e Caserta e denunciato diciassette persone con l'accusa di concorso in associazione di tipo mafioso e disastro ambientale. A svelare l'intreccio affaristico criminale è stato l'imprenditore che sta collaborando con la giustizia Gaetano Vassallo. Ha raccontato di migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dal nord e gettate tra i rifiuti solidi urbani. Si stima che solo in una delle discariche sequestrate, in località Schiavi, siano stati smaltiti un miliardo e trecento milioni di chilogrammi di spazzatura, di cui il 25 per cento rifiuti pericolosi. E poi ha raccontato di un vasto giro di fatturazioni false che avrebbero consentito agli imprenditori coinvolti, tutti del centro nord, di abbattere i costi di impresa, di indicare costi mai sostenuti e quindi di eludere il fisco ma anche di poter realizzare così provviste di denaro in nero per pagare tangenti, a più livelli.
A reggere l'affare il clan dei casalesi, con in testa uno dei capi, Francesco Bidognetti. Per gli investigatori, coordinati dal procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore e dal coordinatore della Dda, Franco Roberti, è stato determinato un vero e proprio disastro ambientale. Uno scempio irreparabile: l'inchiesta va avanti anche per capire perché non sia mai stato bloccato.
E' stato lo stesso imprenditore pentito a riferire che nell'area dove sono stati sversati i rifiuti industriali persino "i topi che si avvicinavano alle discariche morivano in poco tempo". Insomma, sarebbe stato stravolto l'intero ecosistema, anche con la scomparsa di insetti e rettili.
Ma quante tonnellate di rifiuti tossici sono finite in quelle cave di quella che era la zona più fertile della "Campania Felix" e una volta rinomata per le sue produzioni agricole? Si tratta di quantitativi incalcolabili, riferiscono gli investigatori che propongono di utilizzare i proventi dei beni confiscati proprio per avviare urgentemente i necessari piani di bonifica.
A reggere l'affare il clan dei casalesi, con in testa uno dei capi, Francesco Bidognetti. Per gli investigatori, coordinati dal procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore e dal coordinatore della Dda, Franco Roberti, è stato determinato un vero e proprio disastro ambientale. Uno scempio irreparabile: l'inchiesta va avanti anche per capire perché non sia mai stato bloccato.
E' stato lo stesso imprenditore pentito a riferire che nell'area dove sono stati sversati i rifiuti industriali persino "i topi che si avvicinavano alle discariche morivano in poco tempo". Insomma, sarebbe stato stravolto l'intero ecosistema, anche con la scomparsa di insetti e rettili.
Ma quante tonnellate di rifiuti tossici sono finite in quelle cave di quella che era la zona più fertile della "Campania Felix" e una volta rinomata per le sue produzioni agricole? Si tratta di quantitativi incalcolabili, riferiscono gli investigatori che propongono di utilizzare i proventi dei beni confiscati proprio per avviare urgentemente i necessari piani di bonifica.

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